Genova, la caduta degli dei: da Scajola al cardinale. E meno male che c’è Grillo

di Franco Manzitti
Pubblicato il 22 Aprile 2014 10:57 | Ultimo aggiornamento: 22 Aprile 2014 10:57
Genova, la caduta degli dei: da Scajola al cardinale. E meno male che c'è Grillo

Genova, la caduta degli dei: da Scajola al cardinale. E meno male che c’è Grillo

GENOVA – La caduta degli dei: da Scajola al cardinale. E meno male che c’è Grillo. Per fortuna che c’è Beppe Grillo a tenere su l’onore di Genova e della Liguria. Claudio Scajola non entra in lista alle Europee per Forza Italia e marca il tramonto della sua carriera. Il cardinale Angelo Bagnasco sta per lasciare il suo ruolo di presidente della Cei e resta “solamente” arcivescovo di Genova. Claudio Burlando, presidente della Regione, sta per concludere il suo mandato e prepara un’uscita di scena.

Al vertice della banca istituzione, la Carige, sono caduti sia il presidente dell’Istituto Giovanni Berneschi, sia quello della Fondazione Flavio Repetto. Incomincia un nuovo film a Genova: la caduta degli dei, la fine di tante leadership politiche, imprenditoriali e perfino nella Chiesa. Ma ora c’è Beppe Grillo. In questa terra in declino, giganteggia la figura contro di Beppe Grillo, il “Giuse” di san Fruttuoso, popolare rione zeneise. Ma questa è proprio un’altra storia. O meglio è proprio l’”altra” storia che comincia. Senza leader, se non lui, e in rete.

Il presente, o meglio l’ultimo sprazzo del declinante passato, è rappresentato da Claudio Scajola, che se ne sta a coltivare asparagi nel suo giardino sulla collina di Diano Calderino, sobborgo paradisiaco di Imperia, di là il Capo Berta con le sue ville da sogno e di là le ciminiere spente di Imperia Oneglia, ex città industriale e ora di porti mezzi falliti. Claudio Scajola non l’ha mandata giù la sua esclusione dalle liste di candidati per Forza Italia alle prossime Europee del 25 maggio. Era l’ultima zattera per il leader, ex ministro “azzurro”, tre volte al Governo, tre volte ricacciato fuori e oggi giudiziariamente pulito anche dalla storia “ a sua insaputa” della famosa casa al Colosseo, che gli avevano pagato 900 mila euro in più del contratto da lui “onorato”.

Non si rassegna e si sfoga con gli asparagi Scajola, oggi 65 anni suonati e un legame con Berlusconi che sembra spezzato dal nuovo scudiero del Cavaliere, il giornalista Giovanni Toti, consigliori politico e capolista nel Nord Ovest per le Europee di una lista dove Claudio non c’è. Al suo posto non solo Toti che la capeggia, ma due personaggi molto discussi e che sono quasi uno schiaffo per l’ex ministro imperiese. Il primo personaggio è Franco Bonamini, ex presidente del parco delle Cinque Terre, che andò a Bruxelles nelle fila del Pd, da campione della sinistra ligure iperburlandiana come era, che fu travolto da uno scandalo sul suo strapotere di monarca in quell’angolo di paradiso turistico, ne venne prosciolto ed ora ha fatto il salto della quaglia.

Il secondo personaggio è Susy De Martini, figura molto particolare del mondo politico ligure, europarlamentare di Forza Italia, entrata in Europa per l’uscita dei due eletti che la avevano preceduta, girovaga di partiti e gruppi anche molto distanti tra loro, ex candidata sindaco a Genova nelle elezioni del 2012, ex fedelissima dell’ex ministro Lamberto Dini, che la infilò nell’organizzazione del G8 genovese nel 2001, psichiatra o psicologa, di madre inglese, una specie di vulcano di aggressività verbale. Politicamente indefinibile.

Il fatto che Scajola sia a coltivare asparagi e a non celare la sua rabbia per essere stato escluso dal giudizio del nuovo cerchio magico del Berlusconi, mentre Bonamini e De Martini cavalcano verso l’Europa, dimostra in quale misura la Liguria, non certo solo Genova, vivano in questo momento una vera e propria “caduta degli dei”, nel senso che insieme alla decadenza economica politica e sociale della Regione e dei suo capisaldi sta andando in onda una vera patatrac delle leadership, e non soltanto di quelle partitiche e politiche.

Scajola e con lui Claudio Burlando, attuale presidente della Regione per il Pd, giunto all’ultimo giro di boa del suo secondo mandato, stanno uscendo di scena praticamente a braccetto, nonostante la loro distanza di partito e di storia personale. Scajola scavalcato dall’”uomo del Parco” e dalla cosiddetta “madame G8” e Burlando scatenato nel cercare di assicurare anche scompostamente ai suoi fedelissimi una successione in Regione e nel suo Pd che garantisca un tramonto decente a lui, che ha cavalcato ogni destriero di potere negli ultimi trent’anni e che ora teme di dover scendere completamente da cavallo.

Scajola ha lottato invano per se stesso, aspettando un posto in Europa che poteva significare una “persistenza” nel potere, malgrado lo scandalo della casa del Colosseo, cancellata totalmente dai giudici di Roma, ma (a avviso del prode Toti) ancora ben chiaro nel giudizio dell’elettore. Resistere, resistere, resistere su un avamposto europeo, magari non troppo tagliato per l’ex ministro berlusconiano, che è più un uomo di lavoro sul territorio o un organizzatore di partito che non uno stratega di respiro europeo, era una parola d’ordine a Imperia, dove tutto è crollato come le mura di Gerico intorno a Scajola. Non solo il suo ruolo dentro a Forza Italia, dopo il bel gesto di dimettersi dal Governo, ma la sua leadership locale, per l’inconsistenza della truppa di Fi in Liguria, oggi praticamente assente da ogni iniziativa e priva di uomini o donne in grado di imporre qualsiasi cosa in una Regione alla deriva.

E chi era il capo e chi lo ha tradito non solo a Roma, dove il cerchio magico tra Dudù, la Pascale, Toti e compagnia abbaiante lo ha tenuto a distanza dal Cavaliere, ma a Genova e a Imperia, considerate probabilmente un po’ troppo depandance dall’ex ministro? La caduta degli Dei ha significato anche l’uscita clamorosa di scena dei due uomini più centrali per il potere scajolano, i presidenti di Carige e di Fondazione Carige, Giovanni Berneschi, il banchiere self made man e Flavio Repetto, il grande imprenditore alimentare ( Novi, Dufour, Baratti, Elah) che erano il braccio operativo-economico e i controllori indiretti del territorio nell’era del grande potere scajolano.

Si è così interrotta la cinghia di trasmissione tra il potere economico e quello politico, che ha funzionato per una decina di anni e che, in assenza di grandi leadership economico politiche, svettava in una regione orientata a sinistra, ma dove gli uomini rappresentativi di questa sinistra non avevano capacità di farsi ascoltare a Roma. E chi c’era intorno a Scajola a far da ponte tra la Liguria e Roma e Genova? Tra il governo di Berlusconi e le giunte di sinistra a Genova e in Liguria?

Sfiorito Enrico Musso, ex senatore di FI, primo dissidente del Cavaliere, passato al gruppo misto e poi ai liberali di Giannino e poi rimasto solo consigliere comunale di Genova con sul groppone due sconfitte nella corsa a sindaco, la prima con tutta il Pdl nel motore e la seconda da solo, con una lista civica, inespressi altri personaggi della destra genovese, come Sandro Biasotti, ex presidente della Liguria fino al 2005, poi deputato a Roma, oggi coordinatore regionale di FI, quindi responsabile del “taglio” elettorale a Scajola, scaduto anche il concorrente numero uno di Scajola, l’ex senatore Gigi Grillo, spezzino, per decenni parlamentare e uomo di fiducia del mondo bancario, oggi passato al Nuovo Centro Destra di Alfano, il postpotere scajolano sembra in polvere.

Certamente la posizione dell’altro “deo” in caduta, il presidente Claudio Burlando, è molto più difendibile. Ha ancora un anno di mandato in Regione, per quanto questo tempo gli serva a poco nell’amministrazione di una regione in caduta libera nel suo sviluppo. E’ passato con Renzi con un voltafaccia sensazionale, misurato sul progetto di costruire quella nuova catena di comando che gli preservi un ruolo, scaduto il mandato regionale. Ha investito del ruolo di delfino o meglio di “delfina” la sua più pimpante assessora, Raffaella Paita, spezzina quarantenne, già partita verso le Primarie del Pd e di coalizione per conquistare una Regione sicuramente quasi blindata per la sinistra, salvo sorprese grilline o colpi di teatro della destra.

Sta lavorando, Burlando, diplomaticamente, ma soprattutto politicamente per consacrare la Paita anche nella Direzione nazionale renziana, in modo da garantirsi un ruolo nazionale, considerato che i suoi concorrenti forti nel Pd, il cuperliano Andrea Orlando, ex “giovane turco” e Roberta Pinotti, anche lei new entry renziana, sono ambedue ministri importanti alla Giustizia e alla Difesa. E non impazziscono per lui. Trama, galoppa e batte ancora come un forsennato la Liguria Burlando, forte della sua esclusiva capacità nella classe politica ligure di rapportarsi con i diversi mondi nell’economia e nella Università, con Finmeccanica, con la nutrita e asserragliata lobby del porto e dei trasporti, ma è chiaro che anche lui è “rottamabile” e i nuovi capi del Pd ligure, trenta-quarantenni, lo considerano già il passato in qualche modo da ridurre e non gli riconoscono nessun ruolo tutelare.

Sopratutto dopo che il presidente-governatore ha aperto con largo anticipo la battaglia elettorale regionale, proiettando la Paita nell’agone, nel segno di una continuità politico-amministrativa, resa sospetta proprio dal suo repentino passaggio con Renzi, fino a pochi mesi fa totalmente ignorato.

Declinante il Burlando, il Pd non ha astri nascenti nella sua costellazione e nemmeno i due neo ministri Pinotti e Orlando, che non hanno mai avuto il cipiglio del leader e neppure del capo con largo seguito. Più che in declino, ma oramai cancellata da una pesante ed anche ingiusta vicenda giudiziaria Marta Vincenzi, la sindaco-pasionaria, grande rivale nel Pd di Burlando, il terreno politico a sinistra è seminato di croci con il pensionamento di una generazione dura a morire, quella dei colonnelli che hanno retto l’ex Pci per anni, ruotando l’asse di potere un po’ sui propri beniamini, come appunto Burlando e la Vincenzi, un po’ sugli esterni, come gli ex sindaci Adriano Sansa, il giudice e Giuseppe Pericu, il grande avvocato-professore.

Oggi non c’è una nuova generazione che si impone ancora e il trapasso tra gli dei caduti e i nuovi sembra più lungo e difficile di quello che segnò nel vecchio socialcomunismo la successione, alla fine degli anni Ottanta, tra i post resistenti come Pertini, Natta e appunto i Burlando e company. Ma la caduta degli dei riguarda un po’ complessivamente tutta la classe dirigente non solo quella politica, come se una Regione in difficoltà nei suoi modelli di sviluppo stentasse a trovare nuovi leader, nuove guide, nuovi capi.

Della banca simbolo della Liguria, la Carige, si è già detto e basta aggiungere che i succitati presidenti Giovanni Berneschi e Flavio Repetto sono stati sostituiti rispettivamente da Aldo Montani, un amministratore delegato, ex Banca Popolare che si muove come un supercommissario e da Paolo Momigliano, un prudentissimo avvocato civilista per spiegare come il ruolo-banca-istituzione sia tramontato di fronte alla enormità dei problemi finanziari che gravano sulla ex cassaforte della Liguria.

Gli dei sono caduti, o forse non sono più arrivati neppure nelle stanze dei bottoni delle categorie imprenditoriali. Confindustria Genova è presieduta da Giuseppe Zampini, che è anche amministratore delegato di Finmeccanica, non propriamente una azienda privata e il suo ruolo per quanto esercitato con prudenza, misura e understatment, si specchia precisamente nel declino imprenditoriale, dove cavalcano solo i Garrone e i Malacalza, ex rivali di Tronchetti Provera, forti dei loro straconsolidati patrimoni, accumulati con le aziende petrolifere-energetiche e di commercio di acciaio, di alta finanza e di superconduzione.

Ma nessuno di questi nomi ha per ora la vocazione a imporre sullo scenario genovese e ligure una leadership come quella, per esempio, di Riccardo Garrone, comparso nel 2013, che spaziava su tutto lo scibile genovese: dalla politica, alle associazioni di categoria, financo al calcio con la presidenza della Sampdoria. Un Garrone, per l’esattezza Edoardo, figlio primogenito di Riccardo, presiede ancora la Samp, ma dopo essere stato una decina di anni fa il leader dei giovani industriali italiani, il suo distacco da un ruolo pubblico politico industriale è innegabile, come quello del fratello Alessandro, forte dei successi imprenditoriali di Erg, ma non schierato pubblicamente.

Ci manca la Chiesa, che ha sempre allineato a Genova cardinali arcivescovi con il ruolo di veri leader anche della città “terrena”, a partire da Giuseppe Siri, fino a Dionigi Tettamanzi, passando per Tarcisio Bertone, fino all’odierno Angelo Bagnasco. Ebbene, prima dell’estate Bagnasco dovrà lasciare la presidenza delle Cei, che gli ha conferito per sette anni un ruolo e una visibilità da vero leader. E anche se appare una bestemmia chiamare deo un principe di Santa Romana Chiesa, soprattutto al tempo di papa Francesco, questo indiretto ridimensionamento può apparire come un segno di globale declino.

Genova ha anche perso da un anno una figura di prete forte come quella di don Andrea Gallo, superstar della Chiesa italiana, del quale non si vedono eredi e successori non solo nella sua comunità, ma anche nel suo ruolo di inarrestabile protagonista nella società civile e religiosa. Dagli asparagi profani di Scajola sulla collina di Imperia, fino al turibolo sacro del cardinale Bagnasco, i segni del ridimensionamento sono forti e perfino avere a Genova un sindaco, Marco Doria, discendente del grande Andrea Doria, l’ammiraglio doge, sembra un accidenti di una storia che gira al ribasso.

Resta, almeno per ora, solo Beppe Grillo. Cvd.