Renzo Piano, dal Porto antico di Genova alle città-megalopoli terzo millennio

di Franco Manzitti
Pubblicato il 21 Maggio 2012 - 11:17 OLTRE 6 MESI FA

Sotto una pioggia fitta e in una giornata difficile di elezioni a Genova con il ballottaggio Musso-Doria, di terremoti e paura in Emilia Romagna, di terrore in Puglia dopo la bomba davanti a scuola, Genova ha celebrato i venti anni dalla rivoluzione del porto antico, la grande opera dell’archistar Renzo Piano che ha cambiato la faccia della città.

In questa intervista l’architetto genovese, considerato una delle cento personalità meglio conosciute nel mondo, spiega qual è la missione dell’architettura oggi di fronte al problema di cambiare le città, che crescono, si modificano. Ecco l’intervista in cui si parla degli ultimi anni di grandi trasformazioni urbanistiche, da quella genovese, appunto, a quella prorompente di Milano Expò mondiale, alle altre che incombono.

Se il futuro della civiltà si gioca nelle città siamo veramente malmessi per come le città stesse si stanno sviluppando. Le proiezioni statistiche ci dicono che tra una quindicina di anni il 50,5 per cento della popolazione mondiale sarà urbanizzata. E’ la grande trasformazione della Cina, recessione a parte, che porterà questo risultato storico. Ma come saranno le città? Si stanno trasformando e a voi grandi architetti la committenza pubblica e privata chiede sempre di più interventi di modifica, di ristrutturazione e di creazione di nuovi quartieri. E’ esploso il problema delle grandi periferie, del “brutto”, di quelli che i nuovi filosofi dell’architettura urbanistica chiamano i “ non luoghi”, aree che sorgono tra tangenziali, aeroporti, megacentri commerciali dove abitare, vivere, trasformarsi in cittadini diventa un grande problema non solo urbanistico.

In queste operazioni, qual è il peso della cultura europea, della storia delle città? Quando le propongono di aprire un cantiere nuovo in una città, qual è, la sfida principale?

Abbiamo ovunque nella nostra terra città bellissime, sono tutte belle. La qualità è diffusa ovunque, a Nord, a Sud, al Centro, sul mare, in pianura, in montagna. Ci sono sempre stati dei mecenati che hanno generosamente spinto la qualità, l’hanno garantita, pagando profumatamente, mettendo a disposizioni mezzi che consentivano di privilegiare il bello…..

Sembra che prima fossimo su un altro pianeta, soprattutto nella patria di questa qualità diffusa. Adesso il tema dominante nel dibattito ò quello del brutto. Come eliminare il brutto, ma intanto il brutto dilaga e si diffonde e diventa il connotato fondamentale, quello che illumina l’architettura, soprattutto nelle periferie, da dove era partito il nostro dibattito. Come è possibile che ciò sia avvenuto? Allora aveva ragione Mario Fazio, giornalista e ambientalista quando in quel suo famoso libro sul passato e sul futuro delle città, aveva segnalato il rischio di un vero e proprio naufragio urbanistico nelle città?

Architetto lei vuole dire che siamo arrivati a questo punto, che quegli architetti chiamati archistar, con un termine che sicuramente lei non ama , vengono strumentalizzati per valorizzare quello che potremo dire in partenza è il rifiuto dell’eccellenza. Costruisco qualche migliaio di metri quadrati spazzatura, copro di cemento un’area senza identità, ma ci metto sopra come una ciliegina sulla torta l’aringa rossa e riscatto il tutto? Insomma una catastrofe. E come ci si ferma?

Il rapporto corretto parte dal rischio che le città esplodano urbanisticamente, tirando all’eccesso la coperta della loro estensione. Tutti devono prenderne atto e studiare le contromosse che ci sono eccome. Bisogna costruire dove è già costruito e dove esistono veri e propri buchi neri. Aree abbandonate, fatiscenti e sperdute nel caos urbano tra tangenziali, nuovi quartieri, superstrade. Penso alle tante aree industriali abbandonate. Si devono sfruttare i terreni già costruiti e degradati che, tra l’altro, hanno già una loro storia di urbanizzazione, di rapporti con la città, di stratificazione con l’esistenza precedente. E’ come riconnettere un tessuto abbandonato, in necrosi a un corpo che funziona e che pulsa, senza abbandonarlo, senza cercare di bypassarlo .Cosa significa per esempio fare per forza i grattacieli, cercare di animare quelle necrotizzazioni periferiche piazzandoci in mezzo qualche grattacielo, come se questo riscattasse il resto, gli abitanti fossero felici e non sconfortati nell’affacciarsi dal ventesimo piano su un buco nero.

Quante volte tu trovi intorno a questi grattacieli aree industriali abbandonate. E non abbiamo ancora affrontato il tema dela sostenibilità di tutte queste operazioni. Parlo di sostenibilità ambientale, del fatto che questa corsa in avanti a costruire, lasciando indietro i buchi neri, esclude il verde, esclude i parchi, esclude la possibilità di mettere in mezzo le strutture che arricchiscono socialmente il territorio periferico, le scuole, le biblioteche, i centri sociali. Qui noi ci troviamo di fronte a una crescita veramente insostenibile: anche il suo costo sociale diventa insostenibile. Tutto si schianta in quella completa disarticolazione e allora non stupiamoci se interi quartieri o pezzi di città vengono abbandonati e diventano terreno perduto, zone minate per un’immigrazione disperata che cerca un riparo.

Sembra molto difficile invertire questa tendenza, ma appare ancora più complicato se anche voi grandi architetti poi partecipate ai progetti che “allargano” la città, dilatano la periferia in quell’ottica che scavalca i buchi neri. Anche lei architetto Piano, per esempio, ha partecipato al concorso milanese per costruire il nuovo quartiere di City Life che sta tutto dentro a quelle logiche: grattacieli aringhe rosse, grattacieli storti che diventano un’attrazione per lasciare indietro il resto o per farlo vedere in un’altra luce.

Hanno sostenuto che io ero d’accordo con Adriano Celentano, il quale si era schierato contro la grande operazione dell’Esposizione Mondiale. Non è esattamente così. Io sono favorevole, ma ovviamente a determinate condizioni. La prima è che non si tratti soltanto di una grande operazione immobiliare, di una colossale trasformazione del territorio. Ecco, io sono entusiasta che a Milano si faccia l’Expo’ mondiale, mi sembra una grandissima opportunità, ma sull’uso del territorio sono prudente.
Vorrei fare l’esempio dell’Expo’ colombiana di Genova, costruita nel 1992. Certo, era tutt’altra cosa, ma il principio di rispetto del territorio per me era lo stesso. Mi ricordo la raccomandazione del sindaco genovese di allora, il socialista Fulvio Cerofolini, al momento di studiare il progetto e in un’epoca così diversa da quella di oggi. Mi diceva, parlando in stretto genovese, il sindaco: “ Mia Piano, che qui nun se straggia ninte….”  (Attento Piano che qui non si deve sprecare niente).
Cosa voleva dire? Che bisognava utilizzare gli spazi esistenti senza andare a edificare qualcosa di integralmente nuovo. E così abbiamo costruito l’esposizione Colombiana su quello che già c’era e che è stato ristudiato, restaurato, reimpostato, ma sull’impianto vecchio. Cosa c’è di nuovo in tutta l’area del Porto Antico genovese, recuperata grazie al 1992? Praticamente solo il Bigo con i suoi bracci e l’ascensore panoramico. Per il resto non abbiamo perso neppure un centimetro della vecchia area, lavorando in ogni angolo, dai magazzini del Cotone, alle Palazzine. L’area è cambiata, l’esposizione è stata realizzata e il territorio è stato rivalutato. Credo che quella lezione non si possa perdere. Anche se quel territorio genovese, il porto antico, i moli, il retroporto immediato, quella sottile cintura tra le banchine e la città, possono essere considerati un unicum, qualche cosa di eccezionale e di molto diverso dalle grandi periferie milanesi o di altre città. Là, tra il mare, i vecchi moli, le costruzioni storiche, la città alle spalle, protetta dalle barriere doganali, quel “muro” crollato, veramente l’ispirazione di un architetto europeo può essere sollecitata al massimo. Come piace a me.