Conte dal Pm di Bergamo. A chi toccava la zona rossa di Alzano e Nembro

di Pino Nicotri
Pubblicato il 12 Giugno 2020 9:00 | Ultimo aggiornamento: 13 Giugno 2020 15:01
Conte dal Pm di Bergamo. A chi toccava la zona rossa di Alzano e Nembro

Conte dal Pm di Bergamo. A chi toccava la zona rossa di Alzano e Nembro

Conte dal Pm di Bergamo. A chi toccava la zona rossa di Alzano e Nembro? Solo nel Bel Paese può succedere. Una polemica a cielo aperto sulla competenza, e responsabilità, di dichiarare la zona rossa. Nel Bel Paese e nella regione più ricca dello stesso, la Lombardia.
 
Il tutto mentre un magistrato della pubblica accusa, Maria Cristina Rota, procuratore capo facente funzione a Bergamo, è impegnato in un’inchiesta giudiziaria sullo stesso interrogativo.
 
Rota ha già sentito come testi l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera. Che il 7 aprile dopo un mese di dinieghi ha pubblicamente ammesso anche in tv che la famosa zona rossa in Val Seriana e in genere nella Bergamasca avrebbe potuto dichiararla la Regione.
 
Poi ha sentito il presidente della stessa Regione Attilio Fontana. Che sosteneva invece il contrario affermando che Gallera sbagliava.
 
Ora toccherà al Governo, in primis il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Gli sarà consegnato anche un avviso di garanzia?
 
Per il momento almeno la Lega, della quale fa parte Fontana, sia Forza Italia, della quale fa parte Gallera, esulta. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha subito rilanciato le parole di Rota:
“Dovrebbero avere più eco le prime valutazioni del procuratore Maria Cristina Rota di Bergamo, la quale ha detto che “spettava al Governo istituire la zona rossa di Alzano”. E allora non è il caso di indagare sui vertici di Governo? Non è il caso che la Magistratura cominci a convocare Conte, Boccia e Speranza? […] Le responsabilità anche penali del governo sono sotto gli occhi di tutti”.
Alla notizia che sarebbero stati interrogati anche il capo del governo Giuseppe Conte e i ministri Francesco Boccia degli Affari Regionali e delle Autonomie e Roberto Speranza della Salute, Matteo Salvini ha immediatamente gioito lanciando un twitter con tanto di sua foto sorridente felice e soddisfatto:
“Dopo tante menzogne e attacchi vergognosi, giustizia è fatta: chi ha sbagliato deve pagare”.    
Fin qui i fatti. Che meritano intanto alcune prime considerazioni:
 
E’ grave che un presidente di Regione, in questo caso Fontana, e il suo assessore al Welfare (parola che in italiano significa Benessere, Salute,  e NON Fuffa) si smentiscano.
Si smentiscano peraltro su un argomento di fondamentale importanza per la salute dei loro cittadini come la possibilità o meno di dichiarare un territorio zona rossa e chiuderne quindi i confini per motivi sanitari. Evitando così la strage da Covid-19 che invece purtroppo c’è stata. 
 
Ma come? Fontana, così geloso dell’autonomia lombarda e tifoso del “Prima i lombardi!” ignora quanto prevede la legge 833/1978?
 
La legge cioè che ha istituito i poteri delle Regioni e dei Comuni in fatto di salvaguardia della salute dei propri cittadini.
 
Per non parlare dell’ignavia di Gallera, che solo dopo un mese di dinieghi ha dovuto finalmente ammettere che esiste la legge, la 833/1978 appunto, che  disciplina i poteri degli assessori regionali alla Sanità rispetto a quelli dello Stato.
Forse il povero Gallera è stato tratto in inganno dalle parole: lui è il responsabile dell’assessorato regionale che si chiama “del Welfare” e non “della Salute”: evidentemente Gallera ignora che Welfare significa anche Salute. 
 
La zona rossa in Val Seriana o altrove poteva essere dichiarata anche dalla Regione Lombardia. Eventualmente forzando la mano al governo Conte o sopperendone  o completandone l’azione. Col far diventare zona rossa almeno parte di quella che il governo aveva dichiarato zona arancione.
 
Ciò è DIMOSTRATO da una serie di FATTI. Oltre che dalla semplice lettura della relativa legge, che su tale materia attribuisce a governo e Regioni pari poteri. 
 
I FATTI:
 
1) – Il presidente della Regione Campania senza aspettare che decidessero a Roma ha chiuso di propria iniziative la sua regione. E se n’è anche vantato con un video dove fa notare che lui l’ha chiusa. Mentre “altri” – cioè Milano e la Lombardia – facevano “brindisi in piazza” e restavano comunque aperti o semi aperti.  
 
2) – Sono ben 47 le zone rosse decise autonomamente dalle Regioni senza aspettare Roma e Conte. L’elenco è il seguente: 2 l’Emilia Romagna, che ha istituito anche 70 zone arancioni, una l’Umbria, 5 il Lazio, 12 l’Abruzzo, 5 il Molise, 3 la Campania, 4 la Basilicata, 11 la Calabria, 4 la Sicilia.
 
3) – Il 26 febbraio l’ottimo Gallera ha dichiarato alla stampa: “In Val Seriana i numeri sono non trascurabili, ma è presto per dire se siano tutti legati al contagio di un medico del pronto soccorso di Alzano. Situazione, questa, che abbiamo già individuato e sottoscritto”. 
 
Forse voleva dire “circoscritto ”, ma anche qui lo hanno tratto in inganno le parole…
 
Il 29 febbraio Gallera chiosa: “Nuove zone rosse non sono all’ordine del giorno nell’ordinanza che abbiamo preso, Alzano compreso”.
 
Il 2 marzo, col record nazionale dei contagi in Val Seriana, la Regione è sempre zitta e immobile: comandano gli industriali che lanciano il video “Bergamo is running”. Running all’aperto, non al chiuso…
 
Il 6 marzo arrivano in Val Seriana centinaia di poliziotti, carabinieri e militari in vista della zona rossa. Vengono richiamati perché Conte il 7 marzo decide di dichiarare l’intera Italia zona arancione e chiuderla.
 
Cosa impediva a Fontana e Gallera di dichiarare la zona rossa in Val Seriana, zeppa di industrie e industriette, oltre alle pressioni degli industriali? Nulla. La legge che dava loro il potere necessario c’era.
 
Fin dal ’78. Ma Gallera ne ignorava l’esistenza. Che scoprirà solo dopo un mese, come ammetterà candidamente in tv. Per essere smentito, come abbiamo visto, dal suo presidente….
 
4) – Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E infatti una sua dichiarazione alla stampa dimostra che lo stesso Salvini sapeva bene che la Regione aveva il potere di chiusura e di apertura.
 
Lui infatti 29 maggio PRETENDE che la Regione Lombardia emetta in quello stesso giorno il “decreto riaperture” senza aspettare che lo decida il governo:
“Il decreto riaperture deve essere partorito da Regione Lombardia oggi e riguarda decine di migliaia di aziende e di posti di lavoro: palestre, piscine, centri estivi per i bimbi dai tre ai quindici anni”
È evidente che avere il potere di riaprire significa avere anche quello di chiudere. Cioè di istituire le zone rosse. Come hanno non a caso fatto vari altri presidenti di Regione. Ma NON quello della Regione Lombardia. Cioè Fontana. 
 
A conti fatti, è chiaro che la Regione Lombardia ha seguito la strategia di Salvini di continua polemica col governo anziché di piena collaborazione, in modo da cercare di eroderne il consenso e potersi presentare al meglio alle prossime elezioni.
 
Ben diverso il comportamento del capo dell’opposizione portoghese, onorevole Rui Rio, presidente del Partito Social Democratico (PSD).
Il 18 marzo in parlamento al capo del governo che annunciava le dure misure contro la pandemia del Covid ha garantito il proprio appoggio sottolineando la necessità dell’unione data la drammatica situazione: 
 
“Presidente, conta sulla collaborazione del PSD, perché la tua fortuna è la nostra fortuna. La fortuna del Portogallo”.
 
Che non a caso ha avuto molte meno vittime dell’Italia. Ed è stato indicato da tv e giornali di altri Paesi europei come quello che nella pandemia finora se l’è cavata meglio.