Terremoto è… quando terra trema, e fregarsene prima ci è costato 147 miliardi

di Riccardo Galli
Pubblicato il 31 Maggio 2012 14:28 | Ultimo aggiornamento: 31 Maggio 2012 14:29

MODENA – Centinaia di migliaia di forme di parmigiano cadute a terra a causa del terremoto. Irrimediabilmente danneggiate. Perso con loro il 10% della produzione annua e parte della garanzia che le aziende del settore offrono alle banche sotto forma di formaggio. Cadute per terra travolte dagli scaffali, alti sino a quindici metri, su cui erano a stagionare e che non hanno retto al tremito della terra. Ma gli scaffali antisimici esistono, solo che costano e quindi nessuno li compra. Salvo poi pentirsene e rendersi conto che sarebbe stato un buon investimento, anche dal punto di vista economico, quando è ormai troppo tardi. Storia particolare quella delle forme di parmigiano e degli scaffali antisismici, che racconta però molto bene l’abitudine italiana di considerare spreco la prevenzione.

“Le nostre scaffalature antisismiche – racconta Simone Bettini, vicepresidente dell’azienda che produce questo tipo di scaffali a La Stampa – costano un 20/30% in più rispetto alle altre, quindi un imprenditore in genere dice ‘con quello che risparmio compro un macchinario’. In trenta anni di carriera solo la General Electric, a Firenze, mi ha detto: “Noi su ciò che è sicurezza non badiamo a spese”. L’azienda in questione, la Rosss, è quotata in Borsa e ha sede nel Mugello, a un passo dalla zona terremotata, ma vende soprattutto all’estero: esporta i suoi scaffali antisismici in 54 paesi.

Non sono però gli imprenditori del parmigiano ad essere imprevidenti, il loro è solo un esempio della cattiva, pessima abitudine italica di non pensare mai alla prevenzione. Di considerarla spreco, di ritenere i soldi spesi per questo soldi buttati. Abitudine che puntualmente presenta il conto. Lo presenta con le alluvioni, con i terremoti, con le case costruite male che crollano e con le case costruite dove le piene dei fiumi portano l’acqua. Ovunque.

Gian Antonio Stella, sul Corriere della Sera, prova a tradurre in numeri questa abitudine nostrana. “Prendiamo i dati (per qualcuno sottostimati) di un rapporto della Protezione civile del settembre 2010: ‘I terremoti che hanno colpito la Penisola hanno causato danni economici consistenti, valutati per gli ultimi quaranta anni in circa 135 miliardi di euro (a prezzi 2005), che sono stati impiegati per il ripristino e la ricostruzione post-evento. A ciò si devono aggiungere le conseguenze non traducibili in valore economico sul patrimonio storico, artistico, monumentale. (…) Attualizzando tale valore, si ottiene un valore orientativo complessivo dei danni causati da eventi sismici in Italia pari a circa 147 miliardi e, di conseguenza, un valore medio annuo pari a 3.672 milioni di euro’. Una montagna di soldi. Soprattutto se messi a confronto con quanto stimò un giorno Guido Bertolaso: ‘Per mettere in sicurezza tutto il nostro Paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di euro’. Quante vite, quanti strazi, quante rovine ci saremmo risparmiati affrontando la vera grande emergenza di questo Paese, e cioè uscire dalla cultura dell’emergenza?”.

Ai 147 miliardi conteggiati nel rapporto della protezione civile vanno poi aggiunti i 5 miliardi di danni (stima fatta dal Sole24Ore) che rappresentano il conto di questo ultimo terremoto. Un mare di denaro sprecato, buttato questo sì, non quello che avremmo potuto spendere in prevenzione.

Il governo ha stanziato per l’emergenza 2,5 miliardi di euro in due anni. Fondi che serviranno a rinviare i pagamenti delle tasse per i contribuenti vittime del sisma, a sospendere i pagamenti dei muti e per le erogazioni a fondo perduto per la ricostruzione. Fondi che verranno in larga parte dalla spendig review e, per 500 milioni, dall’aumento delle tasse sulla benzina. Eppure, non la cifra dello spreco di miliardi bruciati per non aver voluto spendere in prevenzione brucia sulla pelle della pubblica opinione. Brucia, anzi ustionano non i 147 miliardi in quaranta anni, i tre miliardi e mezzo all’anno, ma i due centesimi in più sulla benzina per sette mesi. Miopi, semplicemente miopi. Incapaci di vedere la famosa “trave nell’occhio” che in questo caso è rappresentata dai 125 miliardi di danni frutto della mancata prevenzione. Con un conto molto semplice infatti, se ai 147 miliardi riportati da Stella, si sommano i 5 di danni quantificati dal Sole e si sottraggono i 25 che secondo Bertolaso sarebbero serviti per mettere in sicurezza il Paese, viene fuori che negli ultimi 40 anni, dal 1970 ad oggi, abbiamo buttato 125 miliardi.

La vita reale è più complessa della matematica e conti siffatti sono senza dubbio eccessivamente semplificati ma, con 125 miliardi in più in cassa avremmo potuto, ad esempio, allegramente superara la crisi che ci sta mettendo in ginocchio, oppure avere ospedali fantastici, o tasse più basse e via dicendo.

Ricorda ancora Stella: “Avvezza la popolazione di Reggio e della provincia alle scosse di tremuoti, sembra ad ognuno che avrebbe dovuto pensare ad un modo onde formare le case in guisa che le parti avessero la massima coesione e il minimo peso. Or qui si vedeva precisamente il contrario…Sono trascorsi oltre due secoli da quel 1783 in cui la Commissione Accademica napoletana stese quel rapporto denunciando che in Calabria, nonostante tanti terremoti, si continuava a costruire senza alcun criterio. E altri due secoli erano già passati allora dalla catastrofe di Ferrara del 1570-1574 e dal progetto della prima casa antisismica disegnato da Pirro Ligorio”. Quattro secoli in tutto e non è cambiato nulla. E tocca a Mario calabresi, direttore del La Stampa rispondere così ad un suol lettore indignato per quei due centesimi: “Colpisce che ci siano rteazioni più preoccupate dell’aumento dei due centesimi che dei morti e della distruzione”.