“Spiato e pedinato in caserma”: di chi aveva paura Tremonti?

di Riccardo Galli
Pubblicato il 29 Luglio 2011 13:49 | Ultimo aggiornamento: 30 Luglio 2011 8:39

ROMA – “Lo riconosco. Ho fatto una stupidata. E di questo mi rammarico e mi assumo tutte le responsabilità. Ma in quella casa non ci sono andato per banale leggerezza. Il fatto è che prima ero in caserma ma non mi sentivo più tranquillo. Nel mio lavoro ero spiato, controllato, pedinato. Per questo ho accettato l’offerta di Milanese. L’ospitalità di un amico, presso un’abitazione che non riportava direttamente al mio nome, mi era sembrata la soluzione per me più sicura”. A dirlo è Giulio Tremonti, a riportarlo è La Repubblica.Una nuova, questa volta clamorosa, versione della vicenda della casa del parlamentare Pdl Milanese prestata al ministro dell’Economia.

Le parole di Tremonti, se non sarà smentita la versione riportata da La Repubblica,  cercano di dare una spiegazione logica ad una vicenda poco chiara su cui stanno indagando i magistrati e su cui si sta interrogando la pubblica opinione. Ma, le parole del ministro, nel tentare di trovare un senso a quella vicenda ne fanno intravedere una molto più grave. Il cruccio di Tremonti era spiegare che l’affitto della casa che usava a Roma non era né frutto di tangente e nemmeno un pagamento in nero ma, en passant, per fare questo il ministro ha affermato che nella caserma della Guardia di Finanza dove alloggiava non si sentiva sicuro, era addirittura controllato, spiato e persino pedinato. Il fatto che un ministro della Repubblica possa trovarsi in una condizione simile all’interno di una caserma, se vero, è una fattispecie ben più grave di un affitto poco chiaro. La storia dell’affitto impallidisce a fronte della circostanza di un ministro che non si sente “sicuro”, anzi si sente sotto controllo in una caserma. Ci si può interrogare sul chi e come spiasse il ministro, si possono fare ipotesi e illazioni più o meno fantasiose e fondate, ma la gravità della cosa prescinde da chi ne sarebbe l’autore o il mandante. Il fatto che un ministro si senta così in “pericolo” all’intero di una caserma da ricorrere ad una casa a lui non riconducibile, è la confessione, la constatazione di una vita pubblica malata e guasta.

Quella di Tremonti , se autentica, è ricostruzione dei fatti che tocca il cuore del sistema di potere berlusconiano. Tra le righe, il ministro accenna qualcosa, proprio nel primo comunicato del 7 luglio. “Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma. Poi ho accettato l’offerta dell’onorevole Milanese…”. Questo è il punto cruciale. Per molti anni, e per l’intera legislatura 2001-2006 incui è ministro, Tremonti dorme “in albergo o in caserma”. Ma a un certo punto, dal febbraio 2009, decide di “accettare l’offerta dell’onorevole Milanese”. La domanda è: cosa lo spinge a farlo? Di sicuro non ragioni economiche, caserma ed albergo sono gratis, paga lo Stato. “La verità è che, da un certo momento in poi, in albergo o in caserma non ero più tranquillo. Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso persino pedinato…”. E questo è il “movente” che il ministro alla fine rende pubblico, dopo oltre un mese di tiro al bersaglio contro di lui. Ecco la “bomba” che Tremonti fa esplodere nel nucleo di uno scandalo che non è suo (o almeno non solo suo) ma semmai dell’intero sistema di potere berlusconiano. L’aveva fatto capire lui stesso, il 17 giugno scorso, nel colloquio con il pm Piscitelli che lo aveva ascoltato come testimone. In quell’occasione Piscitelli fece sentire al ministro un’intercettazione telefonica (registrata nell’inchiesta sulla P4 di Bisignani) tra Berlusconi e il Capo di Stato Maggiore Michele Adinolfi. Ed è allora che  –  come si legge nell’ordinanza  –  “il ministro riferisce dell’esistenza di “cordate” nella Guardia di Finanza, che si sono costituite in vista della nomina del prossimo Comandante Generale, precisa come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il presidente del Consiglio”.

Dunque Tremonti teme da tempo di essere nel mirino di una “banda”. Quella che riferisce direttamente al premier? Lo dice lui stesso, come racconta Massimo Giannini, a Berlusconi, in un colloquio di cui parla proprio il generale Adinolfi, a sua volta interrogato da Piscitelli il 21 giugno (quattro giorni dopo il ministro). “Berlusconi  –  racconta il generale  –  mi mandò a chiamare, dicendomi che Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva, paventando che tramassi ai danni del ministro. Chiamò Tremonti davanti a me e lo rassicurò”. Evidentemente quelle rassicurazioni non servirono a nulla. “Vittima” di questa guerra per bande fin dal 2009, quando cominciano i primi dissapori interni alla maggioranza e il Cavaliere comincia a sospettare degli “inciuci” tremontiani conla Lega e delle sue mire successorie dentro il Pdl, il ministro dell’Economia non si sente “tranquillo”. Al contrario, si sente “spiato”. E ora lo dice, apertamente: “In tutta franchezza, non me la sentivo più di tornare in caserma. Per questo, a un certo punto, ho accettato l’offerta di Milanese. L’ospitalità di un amico, presso un’abitazione che non riportava direttamente al mio nome, mi era sembrata la soluzione per me più sicura”.