Internare i sospetti di terrorismo: è giusto? E’ fattibile?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 Dicembre 2015 11:02 | Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre 2015 12:36
Internare i sospetti di terrorismo: è giusto? E' fattibile?

Internare i sospetti di terrorismo: è giusto? E’ fattibile?

ROMA – Centri di internamento, luoghi di segregazione coatta dove rinchiudere chiunque, sebbene mai condannato, si sia tuttavia meritato l’attenzione delle autorità di pubblica sicurezza come sospettabile di attività terroristiche, o di fiancheggiamento al terrorismo. In nome della sicurezza nazionale.

Il caso francese. Questa proposta – inimmaginabile in una democrazia fondata su principi liberali – è stata sottoposta dal governo in Francia al parere del Consiglio di Stato per sondarne legittimità e agibilità giuridica.

“Può la legge autorizzare una privazione di libertà degli interessati a titolo preventivo e prevedere la loro detenzione in centri previsti a questo scopo?”: questo il quesito da cui l’amministrazione Hollande sta ora prendendo le distanze, una proposta dei Républicains di Sarkozy che il governo fece sua a caldo, subito dopo gli attentati del 13 novembre, in uno spirito unitario di collaborazione. Ma una deroga alle leggi di questa portata che assegna allo Stato poteri straordinari, è fattibile? Soprattutto sarebbe giusta ed efficace?

20mila schedati con la lettera “S” in Francia. Già oggi 20mila soggetti in Francia sono schedati con la lettera “S”: la più parte è considerata vicina, o sensibile, o apertamente sostenitrice del fondamentalismo islamico, ma in questa lista sono compresi anche estremisti di destra e antagonisti di sinistra. Fanno tutti parte di una schiera di schedati, appunto, sui quali è necessario un supplemento di controllo “per prevenire minacce gravi alla sicurezza pubblica o alla protezione dello Stato, qualora delle informazioni o degli indizi reali siano stati raccolti a loro carico”.

Gli islamici posti sotto controllo sono tutti cittadini incensurati (almeno per i fatti di terrorismo) che magari hanno compiuto viaggi sospetti in Siria o in Iraq o in Yemen. Ma sospettabile, meritevole del marchio “S”, può essere anche il musulmano che decide di intendere la sua fede in modo fondamentalista, che si radicalizza: la crescita della barba ne è il primo segnale.

Il caso di Guantanamo non costituisce nemmeno un precedente: lì rinchiusi, anche per anni, senza le normali garanzie, ci sono passati combattenti illegali stranieri, senza la cittadinanza americana. Una specie di continuazione delle varie guerre tra Afghanistan e Golfo Persico.

Il dilemma: libertà o sicurezza? Due interessi contrastanti lottano per prevalere. Da una parte il fatto che cittadini di cui si conosceva il percorso di radicalizzazione, già schedati (è il caso dei vari Coulibaly, Kouachi, dei kamikaze al Bataclan ecc…) e posti sotto una blanda forma di controllo, sono entrati in azione mettendo in atto i loro propositi terroristici. Dall’altra la circostanza finora ineludibile per cui non si processano le intenzioni, non si pone in stato di sostanziale arresto chi non abbia commesso reati.

Debbono la paura del terrore, le inevitabili risposte che obbligano i governanti di fronte alle attese degli elettori, giustificare questa limitazione delle libertà individuali? Oppure, fare carta straccia del diritto all’habeas corpus in nome della sicurezza, non è l’esito scontato e totalitario di ogni stato di emergenza, un alibi per lo Stato per non dover confrontarsi con nessun contrappeso legale e politico?

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