Ingroia: “Non mi rassegno all’idea di tacere, Minzolini ha stravolto le mie parole”

“Con la frase modificare il corso degli eventi, non mi riferivo al tentativo di colpire la politica come Minzolini lui ha inteso, bastava leggere l’intero intervento per capirlo, mi riferivo alla necessità di un impegno quotidiano da parte di tutti i cittadini contro la mafia”
antonio Ingroia
antonio Ingroia

«La mia opinione è stata deformata e stravolta. Non è la prima volta che accade con un magistrato e che accade a me. Il rischio è che i magistrati finiscano per non parlare più. Io non mi rassegno all’idea di tacere, chiaramente nei limiti che ben conosco…»: così il procuratore di Palermo Antonio Ingroia ha iniziato il suo intervento il 17 novembre nella sede della Fnsi per la conferenza stampa dal titolo “Diritto di replica”, organizzata dalla Federazione e dall’Usigrai.

Ingroia – il 9 novembre – è stato al centro di un caso politico-giornalistico: un suo intervento pubblico è stato commentato dal direttore del Tg1 Augusto Minzolini il quale ne ha dato una valenza politica e comunque negativa. Ingroia ricorda la vicenda sin dall’inizio: «In quei giorni avevo fatto due interventi, uno durante un convegno organizzato da Magistratura Democratica, un altro durante un convegno di studi organizzato da De Magistris, entrambi inerenti la mia professione, e in quell’occasione avevo manifestato la mia preoccupazione come magistrato, ma anche come cittadino sulle condizioni dello Stato di diritto in questo Paese».

«In quella sede – continua – mi ero espresso su alcune leggi, come per esempio quella sulle intercettazioni, che mette a rischio gravemente lo svolgimento delle indagini dei Pm e il diritto dei cittadini ad essere informati, depauperando di fatto magistratura e libertà di informazione. Avevo fatto una serie di considerazioni, facendo esempi concreti (un esempio recente dell’utilità delle intercettazioni è la cattura del boss Raccuglia), e mi ero soffermato sulla legge di riforma del codice di procedura penale che tende a togliere ai Pm ogni potere di iniziativa nelle indagini penali dandola invece alla polizia giudiziaria. Un modo questo per sottoporre al controllo dell’esecutivo l’avvio delle indagini, non potendo controllare i magistrati».

«Se si dovesse invertire il rapporto – è il ragionamento di Ingroia – temo che non vedremo più indagini nei confronti dei potenti perché il tutto è sottoposto al controllo dell’esecutivo. Tanto che dissi in quella circostanza, che si stava andando verso “la soluzione finale dello stato di diritto”…».

«Questo io dissi e conclusi sottolineando che la storia giudiziaria del nostro Paese ci ha dimostrato come ogni strategia che deleghi solo a magistratura e forze dell’ordine la lotta al sistema mafioso, è un sistema perdente. Per sconfiggere la mafia occorre un movimento dal basso, un movimento per la legalità. Falcone e Borsellino lo sapevano bene… ci sono stati due momenti significativi, negli anni ’80 e ’90 e questi due momenti hanno fatto sperare, e in quel caso ho usato l’espressione, che ha tanto sconvolto il direttore Minzolini, “modificare il corso degli eventi”; in quel caso non mi riferivo a un tentativo di colpire la politica, come invece lui ha inteso, bastava leggere l’intero intervento per capirlo… mi riferivo, invece alla necessità di un impegno quotidiano da parte di tutti i cittadini attivi e vigili, che, abbandonando la tentazione all’indifferenza, siano parte politica attiva soprattutto in un momento in cui un sistema di potere mafioso forte – conclude Ingroia – è ancora presente sul territorio, e il rischio della soluzione finale di uno Stato di diritto sta all’orizzonte».

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