Rimborsi Iva, le aziende aspettano ma Monti delude

Pubblicato il 26 Aprile 2012 16:45 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2012 1:14

Mario Monti (Foto Lapresse)

ROMA – Il colosso abruzzese della pasta De Cecco vanta già un credito di 48 milioni di euro. Il gruppo Granarolo è arrivato a quota 68 milioni e oltre. Poi ci sono le aziende più piccole, le famose “Pmi” che costituiscono la voce principale nell’Italia imprenditoriale. Tutte ad aspettare i rimborsi, da parte dello Stato, dell’Iva in eccesso già pagata. In teoria l’Erario dovrebbe rimborsare le aziende nel giro di pochi mesi. Ma la prassi ormai è ben altra: non solo lo Stato non riesce a pagare le imprese che gli fanno credito, ma non è in grado di rimborsare l’Iva già versata e in eccesso.

Secondo Libero, poi, il governo userà parte dei rimborsi Iva per saldare (almeno in parte) i crediti che le aziende hanno nei suoi confronti. In sostanza, il gioco delle 3 carte. I debiti accumulati dalla pubblica amministrazione arrivano ormai a quota 70 miliardi. Qualche  settimana fa il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera aveva annunciato che lo Stato avrebbe iniziato a versare una prima tranche da 6 miliardi. Ma 4 di quei 6 vengono proprio dalla riduzione dei fondi per rimborsare le maggiori imposte pagate. Come nel caso dell’Iva. E non finisce qui, perché anche l’Aspi (l’assicurazione per chi perde lavoro o non lo trova) dovrebbe andare ad attingere dalle stesse acque buona parte delle proprie risorse.

Per quanto riguarda i rimborsi Iva del 2010, al 31 gennaio 2012 risultavano accolte 23.416 domande su 62.211. In tutto un importo erogato pari a meno di 3 miliardi su un totale richiesto di 8,6 miliardi. Il governo, sulla questione, ha risposto così a un’interrogazione parlamentare: “In conformità al piano di accelerazione avviato dall’Agenzia delle Entrate, gli importi relativi alle restanti richieste, qualora accolte, verranno erogati nel corso del 2012 tenuto conto della effettiva disponibilità finanziaria”. Quindi i rimanenti 5 miliardi verranno pagati, a conti fatti, ad almeno due anni di distanza. E sempre che lo Stato trovi le risorse.