Marco Travaglio. Tra Ferruccio De Bortoli e Napolitano “amorosi sensi”: stupore

Pubblicato il 19 Aprile 2014 10:06 | Ultimo aggiornamento: 19 Aprile 2014 10:06
Ferruccio De Bortoli: contro di lui attacco da Marco Travaglio, per lo scambio di lettere con Napolitano

Ferruccio De Bortoli: contro di lui attacco da Marco Travaglio, per lo scambio di lettere con Napolitano

Lo sdolcinato scambio di corrispondenza fra Ferruccio De Bortoli e Giorgio Napolitano, che il Corriere della Sera, di cui De Bortoli è direttore, ha pubblicato in apertura di prima pagina e ancora con un lenzuolo all’interno, sfugge alla comprensione di Marco Travaglio, che sul Fatto offre una lettura non acritica delle due lettere.

Non c’è infatti spiegazione razionale né del contenuto, né del tono, né dell’evidenza data alla lettera, impossibile da immaginare, come nota Marco Travaglio,  se non in “qualche repubblica caucasica o nella Corea del Nord” oppure nel contesto del braccio di ferro che oppone Ferruccio De Bortoli a John Elkann, presidente della Fiat e principale azionista del Corriere della Sera che dalla poltrona di direttore vorrebbe allontanare De Bortoli. In questo quadro, la mossa di Ferruccio De Bortoli appare come un tentativo di garantirsi la protezione di un ente supremo rispetto all’interferenza e all’intemperanza del giovane padrone.

Questo tipo di ragionamento però è estraneo al commento di Marco Travaglio, che si chiede:

“Cosa spinge il direttore di un giornale a inviare lettere d’amore al capo dello Stato e per giunta a pubblicarle con risposta? In quale altro paese potrebbe mai accadere, a parte qualche repubblica caucasica o la Corea del Nord? L’occasione è il primo anniversario della rielezione di Re Giorgio, di cui De Bortoli rivendica la primogenitura per averlo implorato di restare al Quirinale e di non abbandonarci fra le procelle della crisi. Segue la solita leggenda metropolitana dell’“impasse eccezionale” dei partiti che non riuscivano a eleggere il suo successore e poi alzarono bandiera bianca, salendo in pellegrinaggio al Divino Amore acciocché egli “vincesse la sua più volte ribadita contrarietà” e accettasse la riconferma”.

L’uscita di De Bortoli sorprende Marco Travaglio, che paga al direttore del Corriere della Sera un piccolo presentat’arm:

“Come ha quasi sempre dimostrato nei fatti, e soprattutto nell’attuale durissimo braccio di ferro con alcuni suoi scombiccherati editori (vedi penultima puntata di Report), Ferruccio De Bortoli è un giornalista di prim’ordine, onesto e signorile. Spesso non siamo d’accordo con lui (e viceversa), ma questo è il bello del pluralismo. Perciò, nel leggere sul Corriere la sua corrispondenza epistolare di amorosi sensi col presidente Giorgio Napolitano, abbiamo provato un surplus di stupore”.

Nota Marco Travaglio:

“De Bortoli si duole col presidente dei “piccoli interessi meschini” che ancora sventuratamente ostacolano le mirabolanti “riforme” da lui così sacrosantamente caldeggiate, ma anche della propaganda condotta dalle forze anti-euro “con argomenti falsi e tesi ingannevoli”, mentre il povero monarca rimane solo a incarnare il Bene degli “europeisti convinti”.

Il finale è da manuale: “Caro Presidente, so che questi mesi del suo secondo settennato sono stati i più faticosi e ingrati. Chissà, forse si è persino pentito di aver ceduto alle insistenti pressioni per una sua rielezione”, e “molte polemiche l’hanno coinvolta, soprattutto sul tema delle prerogative che la Costituzione assegna al suo ruolo”, financo da “alcuni costituzionalisti” birichini. “Io personalmente sono convinto che lei non debba rimproverarsi di nulla”, e ci mancherebbe.

Però, purtroppo, “il Corriere ha pubblicato articoli da lei poco graditi” (oddio, e quando? E come ha osato? Il Venerdì Santo comunque è il giorno buono per la penitenza, la contrizione e la flagellazione). Ergo, urge “una sua riflessione chiarificatrice”.

Punto sul vivo dall’impertinente direttore del Corriere che gli chiede di recensire il primo anno del suo secondo settennato, Giorgio Sequel Napolitano prende carta, penna e calamaio e verga una strepitosa replica, intitolata “Ho pagato un prezzo alla faziosità, ma il bilancio è positivo”. Quindi tutto bene: lo dice lui. Solite frottole sulla “paralisi istituzionale” di un anno fa e sulla “concentrica pressione” che lui, seppur recalcitrante, fu costretto a soddisfare.

Un bacione a Ferruccio “per il caloroso apprezzamento circa la mia decisione di un anno fa e più in generale circa il mio operato”. Tanto dolore per “fatti, atteggiamenti, intrighi che hanno concorso a gettare discredito – ben al di là di ogni legittima critica e riserva – sulla mia persona e sull’istituzione che rappresento” (i confini di legittimità li decide lui), insomma “è stato duro, faticoso e ingrato”, ma il “bilancio” è “positivo”.

Lo dice lui: come sono stato bravo. E pazienza se ha riportato al governo un pregiudicato, se quel governo è naufragato in nove mesi, se nessuno degli obiettivi che si era dato un anno fa è stato centrato.

Quanto al suo crollo nei sondaggi, non dipende dal fatto che metà degli italiani non ne può più di questo sistema e del suo imbalsamatore, ma dallo “spirito di fazione” che gli ha fatto “pagare un prezzo nei consensi”, ma ci vuol altro per fargli “dubitare della giustezza della strada seguita”. Quindi ha ragione lui e, se lo dice lui, dobbiamo crederci. Siccome poi ha fallito in tutto, “confido che stiano per realizzarsi condizioni di maggior sicurezza, nel cambiamento, per il nostro sistema politico-costituzionale, che mi consentano di prevedere un distacco comprensibile e costruttivo dalle responsabilità”.

Su questa frase in sanscrito, gli esegeti si cimenteranno nei mesi a venire. Di primo acchito, par di capire che stia pensando di andarsene anzitempo. Ma quando? Per ora lui si limita a confidare che stiano per realizzarsi condizioni che gli consentano di prevederlo. Altri sei anni, e ci siamo.”