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Referendum, “Se voti sì sei repubblichino”: bufera sul giudice pro No

Referendum, "Se voti si sei repubblichino": bufera sul giudice pro No

Referendum, “Se voti si sei repubblichino”: bufera sul giudice pro No

BOLOGNA – I “sinceri democratici” che intendono votare Sì al referendum, sono “come i volontari repubblichini di Salò“, che scelsero male seppur in buona fede. E’ bufera sul magistrato Francesco Maria Caruso, da poche settimane presidente del Tribunale di Bologna, che a cinque giorni dal voto si è schierato a favore del No con un post su Facebook. C’è chi, come Pierluigi Castagnetti, ex parlamentare Pd, lo definisce “delirante manifesto per il no”, e chi come il Movimento 5 Stelle che sceglie invece di fare proprie le parole del magistrato. Il giorno dopo il magistrato si giustifica sostenendo che quelle erano “parole private” destinate a una cerchia ristretta di amici sul social, pur confermando in pieno il contenuto.

Nel suo post il magistrato definisce la riforma “fondata su valori del clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”. parole fortissime che uno tra i suoi 230 amici su Facebook ha deciso di spifferare alla Gazzetta di Reggio, portandole così all’attenzione nazionale. “Tutti peccatucci nazionali – osserva caustico Massimo Gramellini sulla Stampa – da cui lo schieramento del No sarebbe miracolosamente immune”. I 5 Stelle invece cavalcano immediatamente l’onda con Luigi Di Maio che twitta compiaciuto: “Ve lo avevamo detto, questa riforma creerà più corruzione #iovotoNo”.

Oltre al passaggio sulla corruzione, su Facebook Caruso aveva scritto: “Si avvera la profezia dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio che nel 1994 proponeva una riforma che costituzionalizzasse le mafie”. Come a dire che chi vota sì è un fan di Mussolini e Totò Riina insieme.

“Ai magistrati è concesso delirare”, si era domandato invece in un tweet Castagnetti. L’interessato conferma integralmente, anche se precisa che l’intervento a sua firma in realtà “non era destinato alla pubblicazione sul giornale, pubblicazione non richiesta né autorizzata, trattandosi di un testo privato, scritto sulla propria pagina Facebook, destinato a un numero limitato di lettori”.

La pubblicazione, quindi, “ha l’evidente scopo di sollevare una polemica giornalistica alla quale il ruolo istituzionale impone di rimanere estraneo”. Se avesse pensato di scrivere per un giornale, “le stesse idee e gli stessi concetti sarebbero stati presentati in forme diverse, se sin dall’inizio destinati al più ampio pubblico”.

Pronta la replica del quotidiano di Reggio Emilia, città dove Caruso guidava il tribunale e dove ancora presiede un maxi-processo di ‘ndrangheta. “Il dottor Caruso ha una percentuale di ragione: nel pubblicare il suo pensiero sul referendum non abbiamo segnalato la sua originaria pubblicazione sul profilo Facebook”, concede il direttore Stefano Scansani. Ma è anche vero che Caruso ha 230 amici sul profilo social, per i quali “non esiste il segreto amicale”. Inoltre, “non c’è già la polemica sul referendum, nella quale il dottor Caruso ha voluto entrare?”

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