Veltroni: “Faccio una scuola per i giovani contro la politica ridotta a mestiere”

Pubblicato il 14 Febbraio 2010 - 16:02 OLTRE 6 MESI FA

Walter Veltroni

L’ex segretario dei democratici Walter Veltroni, ad un anno dalle dimissioni, confessa in un’intervista al Corriere della Sera che non è stato un errore lasciare il Pd.

«Non c’erano più le condizioni per fare il partito in cui credevo. Credevo a un partito aperto, moderno, capace di aderire alle pieghe della società del 2010. L’idea di riproporre oggi il modello degli Anni 70 rischia di essere, questa sì, l’idea di un partito liquido. Volevo cambiare i gruppi dirigenti, nel Mezzogiorno e non solo, ma non avevo più la forza per farlo. Era iniziato il cannoneggiamento, che non a caso un minuto dopo le mie dimissioni è cessato. Avrei potuto vivacchiare, galleggiare. Ma è una cosa che non so fare. Ovunque sia stato, occupandomi di informazione, all’Unità, al ministero della Cultura, in Campidoglio, ho sempre cambiato le cose. Mi rendo conto che in Italia questo rappresenta un difetto».

Veltoni dice anche che aprirà una scuola di politica per i più giovani: «Una generazione rischia di considerare la politica come un mestiere. Ma la politica non è un mestiere. E’ una vocazione. Chi lo nega esercita il suo cinismo. Se la politica non è vocazione, è una schifezza, in cui tutto diventa possibile. L’obiettivo che coltiviamo con Salvati, Vassallo è gli altri è costruire una grande scuola di formazione, promossa da personalità che vengano dalla società, da tutte le componenti interne del Pd e anche da esponenti di forze riformiste altre. Una scuola contro le correnti, perché solo il merito e le competenze possono sfondare il regime delle appartenenze correntizie, che generano conformismo, trasformismo e spregiudicatezza. Aperta anche a ragazzi esterni al Pd, che educhi alla cultura democratica, alla legalità, alla memoria, al dubbio, che faccia crescere una generazione di nuovi protagonisti della politica. Ce ne sono tantissimi in giro che hanno la luce negli occhi, che ci credono, che vogliono cambiare il paese».