“Le Province sono vive e vegete e battono ancora cassa”, Il Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Novembre 2014 10:18 | Ultimo aggiornamento: 12 Novembre 2014 12:14
"Le Province sono vive e vegete e battono ancora cassa", Il Giornale

Le Province sono vive e vegete e battono ancora cassa

ROMA – “Le Province sono vive e vegete e battono ancora cassa”, scrive Chiara Sarra sul Giornale. “Sono enti “svuotati”, senza elezione diretta, né stipendi per i consiglieri, ma gestiscono ancora scuole, trasporto pubblico e strade”.

Ma le Province non dovevano essere abolite? Sono in molti a chiederselo, vedendo palazzi e uffici ancora in funzione.

La riforma approvata ad agosto, in effetti, non elimina del tutto questi enti, pur abolendo l’elezione diretta dei rappresentanti e gli stipendi per i consiglieri (facendoci risparmiare solo quest’anno miliardi). Insomma, i dipendenti restano e le funzioni pure: edilizia scolastica, trasporto pubblico e strade locali restano di loro competenza. Il risultato? Pur “abolite” le Province ci costano ancora dai 9 ai 10 miliardi di euro all’anno. Che, a loro dire, non bastano.

Così, come racconta il Messaggero, mentre la legge di Stabilità impone ulteriori tagli, la mai sparita Upi (Unione delle Province italiane) protesta alla Camera: “Le simulazioni operate con riduzione progressive di 1,2 e 3 miliardi nel triennio sono chiare e indicano l’impossibilità di mantenere alcun tipo di servizio, neanche minimo”, denuncia Daniele Bosone. Insomma, le Province saranno pure state abolite, ma non smettono di batter cassa.

Sul Messaggero di Roma è Antonio Calitri a sviluppare il tema province:

La riforma Delrio ha incominciato a dare i suoi frutti a ottobre quando si sono rinnovati i consigli di 64 province e 8 città metropolitane. Elezioni di secondo livello dove hanno votato i consiglieri comunali di tutti i comuni del territorio provinciale e dove tra questi sono stati eletti 760 nuovi consiglieri provinciali e 162 consiglieri metropolitani. Una riduzione di oltre 1500 poltrone rispetto alla precedente tornata a suffragio universale. In più i nuovi consiglieri e i nuovi presidenti non percepiranno indennità, con un taglio stimato di circa 100 milioni di euro di spese.
Dal punto di vista politico, con il voto di secondo livello, tra il 28 settembre e il 12 ottobre scorso si è creato una sorta di monocolore Pd in tutta Italia, ben oltre il 40% conquistato da Matteo Renzi alle europee. Per le otto città metropolitane la guida viene attribuita al sindaco del capoluogo e siccome, tranne Napoli, queste sono tutte guidate dal centrosinistra, tutti gli enti più importanti ora sono appannaggio di questa parte politica. Con il centrodestra che ha perso gli ultimi baluardi di Milano, Napoli e Bari. Così come le maggioranza dei consigli provinciali e delle città metropolitane, salvo poche eccezioni, è passata al centrosinistra grazie anche al meccanismo della legge Delrio che prevede il voto ponderato dei consiglieri comunali attribuendo maggiore peso a quello delle città e poi dei comuni più grandi. E siccome il Pd e il centrosinistra hanno maggiore radicamento nei grandi centri, ecco che le maggioranza sono andate tutte a questi.
Province e città metropolitane sono diventate enti quasi fantasma per l’opinione pubblica ma non hanno smesso di gestire il denaro. Tanto denaro e competenze importanti. Le tre principali sono l’edilizia scolastica, il trasporto pubblico e le strade provinciali. Poi ci sono un’infinità di competenze che vanno dal trasporto scolastico al turismo, dalla cultura all’assistenza sociale, dai centri per l’impiego all’agricoltura. Per una spesa totale che nel 2013 è stata di 10,4 miliardi di euro. Solo il 43% però è stato speso per elargire i servizi mentre il 27% è andato in costi del personale. Le entrate invece sono derivate per la parte più grande, 4,7 miliardi di euro da tributi, per 3,6 miliardi da trasferimenti dello Stato, per 1,6 miliardi da alienazioni e per 700 milioni da entrate extratributarie per un totale di 10,6 miliardi di euro con un surplus di circa 200 milioni di euro. Con il riordino delle province, per quest’anno sono previste entrate di circa nove miliardi che comunque rappresentano un tesoretto importante da gestire che ha fatto gola a molti politici.