Marco Travaglio. “Premonizioni”: Berlusconi sbaglia piazza e appoggia il Pd

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 31 Maggio 2015 9:37 | Ultimo aggiornamento: 31 Maggio 2015 9:37
Marco Travaglio. "Premonizioni": Berlusconi sbaglia piazza e appoggia il Pd

Berlusconi sbaglia piazza. Marco Travaglio: segno premonitore

ROMA – Marco Travaglio ricostruisce come fosse la scaletta di una gag di Totò l’ultima gaffe di Berlusconi, che si è presentato alla piazza del candidato del Pd, chiedendo per lui i voti e poi si è recato, imperterrito, anche alla manifestazione del suo partito, chiedendo i voti finalmente per la sua candidata. Un po’ più arrampicata sugli specchi la difesa di Rosy Bindi e del grave intervento a gamba tesa nella campagna elettorale della Commissione antimafia da lui presieduta, che constituisce un primo assoluto nella storia, un uso a fini di corrente di una istituzione già di per sé inutile diventata ora, a opera della Bindi, anche dannosa. La difesa d’ufficio segue, a onore di Marco Travaglio, il ricordo delle porcate che i compagni di cordata della stessa Bindi commisero per impedire a Matteo Renzi, in prima battuta, di diventare segretario del Pd. Interludio dell’editoriale intitoòlato “Lei sa chi sono io”  sul Fatto del 31 maggio 2015, un divertente quanto crudele calcio a Angelino Alfano, che è un po’ come sparare sulla Croce rossa ma fa sempre ridere un po’, anche se amaro.

Intorno alle ore 23 Silvio Berlusconi, ricorda Marco Travaglio,

si materializza a una festa in piazza per giovani organizzata da una delle liste in lizza alle elezioni comunali di Segrate. Scende dall’auto blindata e –seguito dalla scorta – gironzola per gli stand, privi di qualsiasi simbolo di partito. Ai giovani che gli si avvicinano, chiede il nome del candidato sindaco e, una volta appreso che si chiama Paolo Micheli, gli impartisce la sua solenne benedizione dinanzi a centinaia di presenti: “Allora mi raccomando andate a votare, trovate un’ora domenica per votare Paolo. Mi raccomando, votate per Paolo”.

Attimi di imbarazzo, gelo generale, stupore collettivo, qualche risolino ironico, alcuni ne approfittano per scattarsi qualche selfie con l’ex Caimano. Poi un’anima pia dello staff gli sussurra all’orecchio: “Dotto re, mi sa che abbiamo sbagliato festa, anche perché il nostro candidato sindaco di Segrate è una donna, Tecla Fraschini”.  A quel punto Berlusconi ha salutato i presenti e, senza tradire il minimo imbarazzo, è risalito in auto in direzione PalaSegrate, dov’era in corso la convention della Fraschini, e lì ha invitato gli astanti a trovare un’ora, domenica, per votare Tecla, mi raccomando: Tecla.

“Dopo l’endorsement del Cavaliere – ha postato Micheli su Facebook – posso dire che è fatta”. Una gaffe dovuta alla stanchezza per la maratona televisiva degli ultimi giorni (dov’è riuscito persino a chiamare “dottor Fede” Bruno Vespa, facendo incazzare entrambi)? Oppure un lapsus freudiano causato dall’inconfessabile nostalgia per il Patto del Nazareno con Matteuccio suo?

La presenza dell’anziano Zelig brianzolo in partibus infidelium non ha sorpreso più di tanto i ragazzi della festa democratica, anche per via delle notizie da Roma sulla lista degli impresentabili bipartisan e sulle reazioni infuriate dei pidini che parlano come i berluscones dei bei tempi andati.

Ecco in scena il povero Alfano:

Dalla Lombardia a Napoli, eccoci al bar Gambrinus, già sede di tanti moniti napolitani [probabilmente da intendere per moniti di Giorgio Napolitano] . Qui il leader di Ncd nonché ministro dell’Interno, Angelino Alfano, pensa di dover incontrare gli eventuali simpatizzanti suoi e dell’assessore regionale Pasquale Sommese. Alle 17 in punto Angelino Jolie, noto frequentatore di se stesso, fa il suo ingresso trionfale nello storico locale.

Si guarda intorno, alla ricerca degli elettori ansiosi di abbracciarlo, farsi una foto, congratularsi per la sua meravigliosa attività ministeriale così pregna di successi, nazionali e internazionali. Niente,nessuno. Un gentile cameriere gli fa gentilmente osservare, allargando le braccia, che “oggi al Gambrinus non è previsto nessun incontro e i tavoli sono tutti occupati”. Manca poco che aggiunga: “Anzi, per la precisione, lei chi sarebbe? Alfano chi? Per che cos’era? No, guardi, qui non ci risulta nessun Alfano, ripassi un’altra volta e si ricordi di prenotare”.

Non male, per l’aspirante condottiero dell’Invincibile Armata Moderata, che da un po’di tempo porta a spasso il suo monumento equestre con tanto di piedistallo, credendosi la reincarnazione del generale De Gaulle. L’imperdibile raduno degli alfanidi –che, data l’infima rilevanza dell’ospite, si erano comprensibilmente scordati di prenotare una sala – si è così trasferito alla spicciolata nella buvette dell’antistante teatro San Carlo, dove un barista misericordioso ha dato ospitalità ai quattro gatti che seguivano il cosiddetto ministro, domandandosi perché non avessero scelto una cabina telefonica.

La scena ricorda il famoso monologo di Giorgio Gaber sulla democrazia: “È nata così la ‘democrazia rappresentativa’ che, dopo alcune geniali modifiche, fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri per la strada ti dice giustamente: ‘Lei non sa chi sono io!’…”.

Infine tocca agli impresentabili.

“Questi capi bastone sono decisivi per fare eleggere o trombare qualcuno, dunque sono più preziosi dell’oro. Ma non lavorano gratis: vogliono cadreghe”.

Qui lo scatto di memoria. Prima di Renzi lo facevano anche gli amici di Pierluigi Bersani, che Travaglio non nomina e colloca temporalmente nella “notte dei tempi”, ben due anni fa.

Renzi, per battere alle primarie i suoi rivali interni al Pd che li usavano dalla notte dei tempi, riuscì a soffiarne loro un discreto numero. Poi questi gentiluomini gli presentarono il conto: il più furbo, tale Don Vincenzo, pretese di concorrere a governatore, e Renzi lo lasciò fare, trascurando il dettaglio che il soggetto è ineleggibile; i più fessi si accontentarono di un ruolo di ascaro nelle liste di appoggio, che al momento opportuno furono misconosciute come funghi spuntati per caso all’insaputa del leader. Il quale però, dopo aver fatto un po’ lo schizzinoso, fu costretto a recarsi nelle loro tane a fare campagna per loro. E a chiedere voti come segretario del Pd per i supporter di un candidato che lui stesso, lunedì, da presidente del Consiglio, dovrà per legge dichiarare decaduto.

Se non lo farà, rischierà un’incriminazione per abuso d’ufficio, cioè per lo stesso reato per cui De Luca s’è buscato la condanna che ne comporta l’automatica decadenza. Per sua somma sventura, in extremis, se n’è accorta anche la commissione Antimafia. Così De Luca& C., se diranno mai a qualcuno “lei non sa chi sono io”, si sentiranno rispondere:“Guardi che lo so benissimo: lei è un impresentabile. A proposito,perché si presenta?”