Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il bavaglio buono”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Marzo 2015 8:19 | Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2015 8:20
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Il bavaglio buono"

La prima pagina del Fatto Quotidiano

ROMA – “Il bavaglio buono” è il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di venerdì 27 marzo: “Per celebrare degnamente il 40° compleanno di Ugo Fantozzi, ieri Repubblica diramava in prima pagina questo tripudiante annuncio alla Nazione intera: “Intercettazioni, si riparte con la voglia di cambiarle. Il governo riapre il dossier e punta diritto a impedire che le conversazioni penalmente non rilevanti finiscano prima nei provvedimenti delle toghe, e dopo sui giornali. Nessuna stretta, però, sui magistrati, come fu ai tempi della legge bavaglio, ma regole rigide per utilizzare le sbobinature nelle ordinanze d’arresto, materia prima per la diffusione giornalistica”.

Provate a leggere questo scampolo di prosa con voce stentorea e leggermente nasale, e avrete un Cinegiornale Luce dei tempi moderni. L’aspetto più avvincente della faccenda non è tanto il merito dell’ennesima boiata partorita dalle fertili menti governative (pare che la paternità sia di un trust di cervelli formato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano e dal sottosegretario alla Giustizia Enrico Costa, ex berlusconiano ora in Ncd, il partito di Lupi): quanto piuttosto il fatto che a magnificarla sia il quotidiano che cinque anni fa, quando la legge sulle intercettazioni la firmò Alfano guardasigilli di Berlusconi, scatenò una sacrosanta campagna di stampa a base di post-it gialli appiccicati a tutti gli articoli che le nuove norme avrebbero vietato di pubblicare.

Articoli che riguardavano, appunto, fatti non penalmente rilevanti, ma politicamente ed eticamente indecenti. Giustamente, più che sui limiti imposti al potere dei magistrati di intercettare, Repubblica (come molti altri giornali, fra cui il Fatto, e i rappresentanti di editori e giornalisti) si concentrò sull’assurdo divieto di pubblicare notizie vere e pubbliche solo perché non costituivano reato, cioè su una gravissima lesione della libertà di stampa, del dovere dei giornalisti di informare e del diritto dei cittadini a essere informati. Perciò la legge Alfano, che mozzava le orecchie ai magistrati e tappava la bocca ai cronisti, fu ribattezzata Legge Bavaglio. E fu stoppata – caso più unico che raro – dal presidente Napolitano, anche perché violava l’articolo 21 della Costituzione e la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo. Per gli stessi motivi naufragò fra le polemiche nel 2007 il ddl Mastella che, esattamente come quello del governo Renzi, non toccava i poteri della magistratura, ma imbavagliava la stampa. Quindi non si comprende perché mai ciò che era “bavaglio” quando lo firmavano Mastella e Alfano, ora che lo firmano Renzi e i suoi boys diventa una conquista di civiltà. Questo si chiama doppiopesismo (…)