Votazione Quirinale, Boston, Coppa Italia: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Aprile 2013 10:03 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2013 10:03

ROMA – Intesa su Marini, ma il Pd è spaccato. Il Corriere della Sera: “C’è l’intesa con il Pdl ma non c’è l’intesa dentro il partito. Il nome di Franco Marini, 80 anni, ex presidente del Senato, fatto da Bersani ai grandi elettori del Pd dopo l’accordo con Berlusconi è subito bocciato da Renzi: “Votarlo? Un dispetto al Paese”.”

Pd e Pdl provano l’intesa sul Colle. Lanciato Marini, è subito scontro. L’articolo a firma di Lorenzo Fuccaro:

“Il momento di svolta giunge intorno alle 19 quando Bersani annuncia che «la ricerca di una soluzione ampiamente condivisa è a buon punto: credo che ci siano le condizioni per avanzare una proposta ai gruppi parlamentari del Pd che si riuniranno in serata». Due ore più tardi si riuniscono i grandi elettori del Pdl, presente Berlusconi. E il nome sul quale vi sarebbe anche la convergenza di Scelta civica, quale candidato alla successione del Presidente Napolitano, è Franco Marini, già presidente del Senato, ex ministro, cattolico del Pd, storico dirigente della Cisl. Marini era stato messo in lista in Abruzzo ma non era riuscito a farsi eleggere alle politiche del 24 e 25 febbraio. E fino a tarda sera era il più probabile a prendere il posto di Napolitano. Su di lui potrebbero scaricare i propri consensi anche la Lega nord (benché ufficiosamente sia orientata a dare la propria preferenza a Manuela Del Lago), ma non Sel (che oggi deciderà se votare Rodotà) e neppure la componente del Pd vicina al sindaco di Firenze. «Noi non lo votiamo. Non siamo franchi tiratori, ma ci opponiamo a questa scelta», annuncia Renzi. I maldipancia dentro il Pd aumentano nella riunione dei gruppi parlamentari. C’è grande incertezza. Marini potrebbe essere eletto già al primo scrutinio, se convergessero su di lui almeno 400 voti del centrosinistra, i 70 centristi e i 211 del Pdl. In questo modo i sì sarebbero all’incirca 680, poco al di sopra dei 672 che costituiscono i due terzi dei votanti necessari nei primi tre scrutini. Dal quarto in poi la maggioranza diventa quella della metà più uno, pari a 504. “

Assedio a Bersani dopo la scelta. L’articolo a firma di Francesco Verderami:

“Più che un gentleman agreement era stata una richiesta politica, un modo per il capo dei Democrat di affermare il suo ruolo di mediatore nel negoziato per il Colle. Se poi l’accordo si tramuterà nell’elezione dell’ex presidente del Senato a capo dello Stato, lo si capirà solo oggi visto che il Pd ribolle come una tonnara. Un problema che era parso chiaro a Berlusconi nel corso della mediazione, quando Bersani — tra una candidatura e l’altra che saltavano — aveva confidato al suo interlocutore: «È che ho le mie cose da gestire…». Le «cose» si erano manifestate durante il negoziato, che era partito su quattro nomi: Marini, Amato, D’Alema e Finocchiaro. Tranne l’ex capogruppo del Pd al Senato, la lista coincideva con quella che il Cavaliere aveva fatto consegnare un paio di settimane fa al leader del Pd e «per conoscenza» anche a Napolitano. E per arrivare preparato al gran finale, mentre Bersani stava appresso alle sue «cose», Berlusconi aveva visto riservatamente i tre candidati più accreditati. L’altra sera D’Alema aveva avvisato il segretario del Pd dell’appuntamento, che — a quanto pare — si era concluso freddamente. Amato non avrebbe avuto forse bisogno di incontrare il Cavaliere per sentirsi dire ciò che già sapeva, e cioè che «non è colpa mia se quelli sono spaccati e non ti votano».”

Il Cavaliere scommette sul «sì» «Viatico per un governo condiviso». L’articolo a firma di Paola Di Caro:

“Se non era la sua prima scelta, poco ci mancava. Al termine del tourbillon di incontri che lo ha visto impegnato in faccia a faccia con Giuliano Amato, Sergio Mattarella e Franco Marini e in infiniti contatti con Pier Luigi Bersani, Silvio Berlusconi pare abbastanza convinto che il risultato possa essere portato a casa. E che, anche se sarà «una lunga notte per il Pd», e «bisogna essere uniti e compatti sul suo nome ma non è affatto detto che passi alla prima votazione», alla fine l’ex leader della Cisl potrebbe spuntarla per il Quirinale. «Stimo Marini, è una soluzione positiva. È una persona seria e per noi non è una sconfitta. Non ha militato nelle nostre file ma viene dal popolo, è stato segretario della Cisl, un sindacato legato a cattolici e Dc, capace di buone autonomie», le parole con le quali l’ex premier ha annunciato ai suoi gruppi parlamentari riuniti in serata quale è l’indicazione di voto per oggi. Parole accolte da un applauso, perché — ha spiegato il Cavaliere — è «la soluzione migliore che in questo momento potessimo ottenere. Marini quando nel 2008 è caduto Prodi, è stato leale e corretto. Ha consegnato il mandato e si è andati al voto».”

Gabanelli si sfila. Grillo chiama Rodotà: è il nostro candidato. L’articolo a firma di Dino Martirano:

“Grillo esulta perché il suo piano ha preso la piega giusta: «Dopo la rinuncia di Milena Gabanelli e Gino Strada ho chiamato Rodotà che ha accettato di candidarsi e che sarà il candidato votato dal M5S». Il dado è tratto, dunque. E il professore di origini cosentine (su Twitter si ironizza anche sulle sue lontane radici rintracciabili nella comunità albanese, ghiegghiu in dialetto), che ha attraversato tutte le stagioni della sinistra italiana, diventa il centravanti di sfondamento della squadra grillina. E lui, alle 8 della sera, risponde tranquillo al telefono di casa: «Guardi, io ora mi vedo la partita perché sono un grande appassionato di calcio». Roma o Inter? «Tifo per il Cosenza, che però milita in serie D girone I…». E, visto che ci siamo, cosa pensa il professore Rodotà del competitor per il Quirinale Franco Marini? «Guardi, non è per essere scortese ma in questa fase mi sono imposto di stare zitto….». Grillo però parla e usa il nome di Rodotà come una clava anche perché in casa di Sel e tra i giovani del Pd molti tifano per l’ex garante della Privacy: «Rodotà è un uomo di 80 anni che alla notizia è diventato un bambino, lui però metterà d’accordo tutti e tutto. Lo voteremo anche alla quarta votazione». Altrimenti, profetizza Grillo quando ancora non sa della candidatura di Franco Marini, «un settennato con D’Alema e Amato consegnerà l’Italia alla dissoluzione non solo economica, ma anche come Stato unitario».”

Marini presidente, intesa a rischio. La Stampa: “La proposta Bersani spacca il Pd, solo 222 sì su 424. Renzi: non lo votiamo, lo vedete con Obama? Vendola: se passa, addio coalizione. Sel potrebbe convergere con i grillini sul nome di Rodotà.”

Lettere al veleno spedite a Obama e a due senatori. L’articolo a firma di Paolo Mastrolilli:

“La storia si ripete. Come una pagina presa dagli attentati dell’11 settembre 2001, a Washington arrivano lettere piene di ricina. Allora, una settimana dopo le stragi compiute da Al Qaeda, le buste contenevano antrace; stavolta un potente veleno, senza antidoti sicuri e provati sugli esseri umani. I destinatari sono il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, e almeno un senatore. Motivo dell’attacco: «Vedere un torto e non denunciarlo significa diventare partner silenzioso della sua prosecuzione. Io sono KC e approvo questo messaggio». L’allarme scatta mentre la testa degli americani è rivolta a Boston, per la pena delle vite perdute o segnate dalle esplosioni alla maratona, e per la preoccupazione che gli attacchi si possano ripetere. La notizia di un sospettato identificato dall’Fbi non è ancora arrivata. Al Senato, invece, viene recapitata una lettera per Roger Wicker, repubblicano che rappresenta il Mississippi. In base al timbro postale proviene da Memphis, Tennessee. Dalla busta pare di capire che venga da un personaggio eccentrico e noto al Congresso, che tempesta i parlamentari di missive. Stavolta, però, qualcosa non quadra. La busta contiene una sostanza granulare che insospettisce gli addetti alla posta. Per precauzione, viene spedita subito al laboratorio di Quantico dell’Fbi, in modo da farla analizzare. Qualche tempo dopo arriva il responso, che riporta alla mente l’incubo dell’antrace nel 2001. La lettera contiene ricina, un veleno mortale senza antidoto. E il breve messaggio, piuttosto farneticante: «Vedere un torto e non denunciarlo significa diventare partner silenzioso della sua prosecuzione. Io sono KC e approvo questo messaggio». Un enigma, una firma, e un riferimento alla formula usata dai candidati politici alla fine degli spot televisivi elettorali. Ma perché proprio lui, Wicker? Qualche volta ha votato insieme ai democratici, e questo potrebbe aver urtato gli estremisti conservatori. D’accordo, però basta a motivare l’invio di una busta piena di veleno? Non è che magari c’è un collegamento con l’attentato di Boston? Prima le bombe, poi le lettere mortali. Proprio come l’11 settembre. Solo che poi si era scoperto che quelle missive piene di antrace erano partite dall’America, dalle mani di un americano, che come un avvoltoio si era appollaiato sulla tragedia degli altri per attirare l’attenzione o vendicare un qualche torto folle.”

Dai video il volto di un sospetto. È caccia all’uomo. L’articolo a firma di Maurizio Molinari:

“L’Fbi ha l’immagine del sospetto che avrebbe lasciato almeno una delle bombe dell’attentato alla maratona del «Patriots Day» ma non sa chi sia e chiede ancora aiuto ai cittadini per identificarlo. I due video La svolta nelle indagini è arrivata attraverso l’esame dei video girati dalle telecamere di sicurezza dei negozi a ridosso del traguardo della maratona investito dalla doppia esplosione. Almeno uno è stato realizzato dalle telecamere del grande magazzino «Lord & Taylor», vi si vede con chiarezza una persona che deposita il pacco nei pressi del luogo dove è esplosa la seconda bomba, allontanandosi a passo veloce. Un altro video, con diversa angolazione, ha consentito di confermare l’individuo che ora è al centro delle indagini. I due filmati sono stati messi a confronto dalla sezione ingegneri dell’Fbi che, usando la più moderna tecnologia digitale, li ha trasformati in una cronologia di frammenti, arrivando a convergere su un singolo profilo.”

Inter, passo d’addio. L’illusione di Jonathan. Poi la Roma dilaga con Destro e Torosidis. L’articolo de Il Corriere della Sera a firma di Fabio Monti:

“Del resto la serata era cominciata con il forfeit di Cambiasso, che si è bloccato nel riscaldamento sul prato, per un problema alla gamba sinistra. Ha giocato Jonathan, che, sorprendendo tutto San Siro, ha messo la firma dopo 21 minuti su uno dei più bei gol visti nella stagione, uno schema stile Barcellona (senza esagerazione), con i colpi di tacco di Alvarez e Rocchi, per la conclusione nell’angolo del brasiliano, che ha bruciato sul tempo De Rossi. Il vantaggio interista è apparso anomalo, perché, vista dall’alto, la Roma avrebbe avuto a disposizione soluzioni e spazi per colpire e chiudere la gara, rubando palla in mezzo al campo e andando via per linee verticali. Invece, dopo un intervento decisivo di Handanovic su Florenzi (in anticipo su Marquinho), i giallorossi non hanno più insistito, lasciando che l’Inter, con Rocchi, si avvicinasse addirittura al raddoppio, con Alvarez sempre pronto a creare problemi agli avversari, con giocate molto personali, ma efficaci. È emersa la volontà dell’Inter di non arrendersi agli eventi, soprattutto quando la Roma, nel finale di tempo, ha ripreso in mano la partita, con Handanovic determinante prima su Destro, poi su una specie di rigore di Florenzi. La Roma ha ricominciato da dove aveva lasciato, ma con il baricentro più avanzato, maggiore aggressività, più voglia, una velocità superiore e con un cambio obbligato, ma importante: fuori Florenzi (caviglia) per Balzaretti. Così la Roma ha trovato il terzino che nel primo tempo le era mancato, mentre l’Inter ha cominciato a battere in testa e a dare i primi segnali di cedimento strutturale. Troppo alto il ritmo del primo tempo, troppe energie anche nervose per contrastare un avversario più forte.”

Antitrust, entrata dura «I soldi dei diritti tv premino i risultati attuali». L’articolo de Il Corriere della Sera a firma di Massimo Sideri:

“Un tackle da 991 milioni di euro. Per capire la reazione del mondo del calcio alla raccomandazione dell’Antitrust al Parlamento di rivedere i criteri per la ripartizione dei diritti tv basta guardare i numeri. Il giro d’affari delle Leghe (A, B e Pro) è di 2,6 miliardi l’anno. E quasi un miliarduccio viene dalle royalty pagate dai broadcaster televisivi per mettere le mani sulla trasmissione delle partite. In soldoni, stiamo parlando di una fetta importante del bilancio dei club, l’unica cosa più importante del pallone in campo. Secondo l’Antitrust — si legge nella lettera inviata ai parlamentari e al governo, che onestamente in questo momento hanno altro a cui pensare — occorre innanzitutto «prevedere meccanismi di ripartizione che premino maggiormente il merito sportivo, eliminando il riferimento ai risultati storici contenuti nella normativa vigente, che partono dai risultati della stagione calcistica» post bellica «1946-1947». Soprattutto, l’autorità per la concorrenza — come aveva già espresso nel 2007 prima che il decreto Melandri intervenisse con le attuali regole di contrattazione collettiva — ha parlato dell’opportunità di affidare a un soggetto terzo rispetto alla Lega la ripartizione dei diritti.”