Calcio italiano in crisi: e durerà chissà quanto

Le molteplici cause di un declino: i nostri campi di gioco sono ormai ai limiti dell’osceno, al nord come al sud – Tecnici come Capello, Ancelotti, Spalletti e Mancini emigrano all’estero – I disastri degli arbitri – I vivai impoveriti
Fiorentino Pironti
Fiorentino Pironti

La fine del girone d’andata ha sancito quanto ormai si dava per quasi certo da qualche anno: il campionato italiano è in caduta libera, superato da Spagna e Inghilterra e in lotta con Germania e Francia per non cadere dal podio.

Lo strapotere dell’Inter è sotto gli occhi di tutti: organico superiore, un presidente sempre pronto a mettere mani al portafogli, arbitri e fortuna più che compiacenti. Due sole sorprese, la Juve in negativo e il Bari in positivo, per il resto tutto secondo copione, compresa l’ecatombe di allenatori chiamati a giugno come salvatori della patria e scaricati come scarpe vecchie dopo qualche mese.

Perché questo declino? Come sempre quando esplode una crisi, i motivi sono tanti. Proviamo a sintetizzarne i principali.

1) Stadi. I nostri campi di gioco sono ormai ai limiti dell’osceno, al nord come al sud. La manutenzione (in mano quasi sempre ai comuni) è approssimativa, bastano poche gocce di pioggia per provocare un disastro: zolle che saltano, buche micidiali per i muscoli, rimbalzi da palla impazzita. Non va meglio il contorno. Le tribune sono scomode, la visibilità è pessima, spesso piove anche sui seggiolini al coperto. E poi la sicurezza. Oggi nessun padre che possegga un minimo di prudenza porterebbe i figli allo stadio: bene che vada, rischierebbe di fargli respirare un bel po’ di aria rinfrescata dai fumogeni.

2) Fuga di cervelli. Sarà un caso che tecnici come Capello, Ancelotti, Spalletti e Mancini siano emigrati all’estero? Non può essere (e non è) soltanto un problema di soldi. La verità è che in Inghilterra o in Spagna ti consentono di lavorare, di mettere in piedi un progetto e portarlo a termine. Nessuno si sognerebbe mai di provocare incidenti come a Bergamo o Torino, ricattando la dirigenza e minacciando giocatori e allenatori.

3) Arbitri. Siamo al disastro settimanale, e purtroppo sempre in una direzione. Una volta si chiamava sudditanza psicologica, oggi avrà un altro nome ma la sostanza non è cambiata: nel dubbio, fischio a favore della squadra più potente.

4) Vivai. Il made in Italy sta scomparendo. È molto più comodo (soprattutto per certi procuratori) rastrellare giovani affamati in Africa piuttosto che andare a cercarli in Italia dove ci sono genitori attenti (spesso anche troppo) e poco disposti a firmare contratti al buio. Questo porta all’impoverimento anche delle nazionali.

Da questa analisi sintetica si può evincere che non sarà facile risollevare in tempi brevi questo carrozzone un tempo dorato.

Anche perché se si esamina la situazione delle categorie minori il disastro è totale. Ci sono giocatori di Lega Pro (le ex C1 e C2) che ancora aspettano di incassare lo stipendio di agosto, società in arretrato di anni col pagamento dei contributi previdenziali, fallimenti a catena.

In compenso, tutti hanno usufruito delle ferie di Natale, mentre nel resto d’Europa si giocava regolarmente.

Una vittoria del sindacato, a favore dei pochi privilegiati in grado di godersi il capodanno alle Maldive.

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