Pistorius e le protesi “troppo lunghe” del suo avversario. Avrà ragione lui?

Pubblicato il 3 settembre 2012 15:17 | Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2012 15:18
paraolimpiadi pistorius

Pistorius e Cardoso Oliveira (LaPresse)

ROMA – Ha vinto quello meno famoso, quello con le protesi più lunghe. Ha perso Oscar Pistorius, quello più famoso, così famoso da aver ottenuto il diritto a partecipare prima alle Olimpiadi e poi alle Paraolimpiadi. Invece Pistorius torna a casa senza medaglie ai Giochi e con un secondo posto alle spalle del brasiliano Alan Fonteles Cardoso Oliveira nei 200 metri alle Paraolimpiadi. Un secondo posto al “veleno” che apre una serie di domande.

Pistorius, evidentemente amareggiato per la sconfitta, all’una di notte scrive un comunicato in cui, in sintesi, spiega che quella contro Cardoso Oliveira è stata una corsa impari. Questione di protesi. Pistorius corre con le sue storiche Chetaah, il suo avversario con un altro modello, delle protesi visibilmente più lunghe di quelle del sudafricano. E quindi Pistorius attacca: “Alan era già un grande competitore, ma c’è qualcosa di strano nelle sue protesi. Le regole permettono che si faccia questo (basta non superare un limite massimo di altezza ndr), ma chiunque guardi un video di qualche tempo fa può rendersi conto che Alan era più basso di me e ora è diventato più alto. Questo è un problema, qualcosa di veramente complicato: ho cercato di fare in modo che anche altri atleti si esprimessero, ma non so cosa succede”.

Tradotto: le protesi più lunghe di Cardoso Oliveira lo avvantaggerebbero. Ipotesi presa in considerazione da chi, in materia, sta indagando. Eppure, proprio difendendosi, Pistorius finisce per accusarsi e per ricordare che alla fine le protesi non sono gambe e sono qualcosa di “esterno” che può regalare o togliere centesimi alla performance. Centesimi che in una gara come i 200 metri possono essere assolutamente decisivi.  E questo è esattamente l’argomento usato da chi era scettico sulla presenza del corridore sudafricano alle Olimpiadi “normali”.

Durante i giochi, sul Corriere della Sera, Aldo Cazzullo aveva parlato di forzatura. Con delicatezza e attenzione, come si conviene al tema. Non si tratta infatti di sostenere che non avere le gambe è un vantaggio. Nessuno lo pensa. Si tratta di certezza delle regole e uguaglianza delle condizioni per tutti. Così Cazzullo:

 “Altre volte la natura, e la sorte, sono particolarmente ingiuste. Una mutilazione o una malattia spezzano carriere o vocazioni da atleti. Per questo hanno inventato le Paralimpiadi. (…) All’apparenza, la sua (di Pistorius, ndr) è una storia fuori dall’ordinario. In realtà, è tutta dentro la logica promozionale sintetizzata dallo slogan «nothing is impossible», traduzione del latino «nihil difficile volenti»: nulla è impossibile, se davvero lo vuoi. Neppure gareggiare con sofisticatissimi attrezzi che è politicamente corretto chiamare gambe. Purtroppo, la realtà è diversa. Nella realtà, tantissime cose sono impossibili, anche se le desideriamo con tutto il nostro cuore. Banalmente, è ormai impossibile anche salire sul podio di una gara veloce se si è bianchi e non dopati; condizione abbastanza diffusa. La tecnologia avanza, e presto potrà risolvere molti problemi che a noi sembrano senza soluzione. Presto ogni deficit di natura o di accidente sarà almeno in superficie risolto, ogni limite congenito o dettato dalla sorte sarà colmato. Ma non credo che le persone diversamente abili abbiano bisogno di questo.”.

Un modo per dire, cercando di non offendere, che avere le gambe è un requisito per partecipare alle Olimpiadi in una gara di corsa. Altrimenti c’è un altro tipo di gare cui partecipare. Si può essere d’accordo o meno. Resta un dato: se Pistorius punta il dito contro le protesi dell’avversario in qualche modo fa capire che “chetaah” o no, le protesi del tutto “neutre” non sono.