Berlusconi, Silvio, Piersilvio, Luigi, Marina, Barbara: Franceschini li ha chiamati in causa e ha spostato l’asse dalla politica alla famiglia

Pubblicato il 28 Maggio 2009 - 11:04| Aggiornato il 17 Settembre 2010 OLTRE 6 MESI FA

Il segretario del Pd, Dario Franceschini, nella foga della campagna elettorale, ha spinto l’indignazione rispetto al lato oscuro di Silvio Berlusconi un passo oltre, mettendo di mezzo i figli. Ha detto: “Alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest’uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi”.

Sembra quasi che Franceschini, faccia-d’angelo, si sia fatto consigliare da qualcuno che conosce un po’ di storia americana e che gli ha ricordato una campagna presidenziale in cui i democratici attaccavano il repubblicano Richard Nixon chiedendo agli elettori: ”Comprereste un’automobile usata da quest’uomo?”

Ottimo spot quello dei democratici americani, anzi brillante, e infatti è passato alla storia, e qualche risultato lo ha avuto, visto che ha proiettato su Nixon una macchia che non è più andata via, anche se non gli ha impedito di essere eletto presidente egli Stati Uniti con una “valanga” (parola dell’epoca, 1968) di voti.

Purtroppo per gli oppositori di Berlusconi, invece, la domanda posta dal segretario del Pd rischia di ottenere un effetto contrario perché è uscita un po’ dal seminato, chiamando in causa i figli di Berlusconi, i quali sono stati costretti (magari anche con qualche sollecitazione paterna, ma perché negargli questo diritto?) a uscire dal loro imbarazzato quanto eloquente silenzio sulle vicende amorose del padre, per dire: per noi è stato un ottimo padre, Franceschini pensi a casa sua.

Così Franceschini, con una battuta mal riuscita (tanto che poi poche ore dopo è dovuto correre ai ripari e dire che intendeva un’altra cosa) ha ribaltato una posizione di forza, ben rappresentata, quasi nello stesso momento, da Massimo D’Alema: la vicenda Noemi ” riguarda l’affidabilità di una persona cui sono affidate le sorti del paese, riguarda l’etica condivisa degli italiani, il leader di una destra che non di rado si è presentata come portatrice dei valori tradizionali come la patria, la famiglia. Oggi abbiamo una classe dirigente che, con la forza della legge, ci vuole persino imporre come curarci, come morire. E con i suoi comportamenti invece offre uno spettacolo degradante che certamente ha poco a che fare con i valori condivisi della maggioranza degli italiani”.

Tutto il vantaggio di questo “moral high ground” vanificato dalla chiamata in causa dei figli. E se i figli sono “un pezzo di cuore”, anche papi e papà e mamma e mammà lo sono e come. Se c’è una lezione che il Pd deve trarre dalla giornata di mercoledì 27 maggio è che quando si gioca a fare gli americani, bisogna stare attenti a rispettare le regole.

Un esempio lo ha dato di recente Walter Veltroni, che  si è impossessato disinvoltamente dello slogan ”Yes we can”, credendo di poter utilizzare in Italia le logiche che hanno portato al successo di Obama, ma alle elezioni  è stato sepolto, perchè Veltroni non è Obama e il Pd non è il partito democratico statunitense e Berlusconi non è McCain né Gianfranco Fini è la Palin.  Considerata la morbosa fascinazione che attrae alcuni esponenti del Pd ai miti americani, vale la pena di ricordare che uno dei loro miti, John Fitzgerald Kennedy, ha dato il via alla guerra in Vietnam e si è portato a letto (altro che Berlusconi!) mezza Hollywood e mezzo staff femminile della Casa Bianca. Mentre non piace Lyndon Johnson, perchè, seguendo la strada tracciata da Kennedy, ha continuato con la guerra in Vietnam, nel frattempo però dando vita al processo di integrazione dei neri americani che ha consegnato Johnson alla storia e portato uno di loro alla Casa Bianca. Questione di gusti e di come si legge la storia.

Berlusconi ha i suoi difetti, che sono politici e morali, ma certamente dalla sua ha una capacità di visione e di intuizione che come imprenditore lo hanno portato al successo, e che successo, dove tutti gli altri sono falliti e come politico lo ha portato, dalla sera alla mattina, a soggetto protagonista della vita italiana. E dalla sua ha anche una sfacciata fortuna, confrontandosi la sua azione politica con una opposizione  che sembra in stato confusionale, solcata da profonde divisioni, incapaci di puntare con coraggio al centro, sempre ostaggio dell’ala estrema. Sembra un paradosso, ma Berlusconi in questo momento gode del vantaggio di cui in america gode il “comunista” Obama, mentre la sinistra italiana soffre degli stessi mali che tormentano la destra americana.

Per concludere questa serie di confronti internazionali, mentre i giornali stranieri, in testa il Financial Times, giudicano, con qualche ragione, preoccupante la deriva autoritaria della nostra politica, e lo scrivono, i giornali italiani non sembra si siano finora peritati di dire la loro, con degli editoriali, sugli scandali che in questi stessi giorni fanno scricchiolare sinistramente il centenario parlamento di  Westminster e che hanno costretto lo Speaker dei Comuni a dimettersi nella vergogna. Chiediamoci perché: forse perché sappiamo che nessun inglese ci prenderebbe sul serio; forse perché non osiamo criticare quelli che riteniamo essere a noi comunque superiori. In fondo ci sentiamo sempre colonia.