Bimba diabetica morta in mare, il padre: “Volevo farla curare in Germania…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 luglio 2015 8:40 | Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2015 8:40
(foto Ansa)

(foto Ansa)

ROMA – “Sognavo la Germania per curare Raghad” racconta il padre della bimba diabetica morta in mare durante uno dei tanti viaggi della speranza dei migranti tra la Libia e l’ItaliaGli scafisti hanno gettato l’insulina di Raghad in mare durante il viaggio e l’11enne è morta dopo cinque giorni di agonia. “Mi sono tuffato in acqua per riprendere le fiale, ma ormai erano inservibili” racconta commosso il padre, Eyas Hasoun. Eyas, originario di Aleppo, ha cinquant’anni e in Siria gestiva un grande distributore di farmaci. Raghad era la quartogenita delle sue sei figlie. Questo il racconto di Eyas pubblicato da Alessandra Coppola e Andrea Galli del Corriere della Sera.

«Si stava spegnendo… Mormorava “papà, papà” e non aggiungeva nessuna parola. Non ne aveva la forza ma in realtà non ce n’era bisogno: “papà” significa che sta a te occuparti di tutto, risolvere i problemi qualunque essi siano, proteggere la tua bambina sacrificandoti se necessario. Io non l’ho fatto. E questa colpa mi rimarrà addosso per l’intera esistenza. Insieme alla scelta di partire verso la Sicilia. Avevamo preparato due grossi zaini: uno lo tenevo io e il secondo mia moglie Nailà, nel timore che avrebbero potuto dividerci. Gli zaini erano pieni di fiale di insulina, e di macchinari per misurare i valori del diabete e le giuste dosi di medicinale da somministrare. Sulla spiaggia di partenza, vicino ad Alessandria, gli scafisti ci hanno ordinato di raggiungere una piccola barca che distava un centinaio di metri. Inutile opporsi, erano armati di kalashnikov. L’acqua ci arrivava alla testa. Il mio zaino si è impregnato d’acqua. Mia moglie è riuscita a salvarlo, l’ha sollevato sopra il capo, allungando le braccia e soffrendo in silenzio per il dolore. Uno scafista le ha urlato di abbandonarlo. Mia moglie ha risposto che quello zaino era più prezioso della sua stessa anima, l’ha pregato d’avere pietà. Lo scafista gliel’ha strappato di mano, l’ha scaraventato in mare. Ci siamo immersi, lo abbiamo recuperato ma era ormai compromesso. I macchinari non funzionavano, le fiale erano inservibili, era difficile calcolare bene le dosi. Ho provato, ho provato ad aiutare la mia piccola Raghad… Ma senza macchinari, senza insulina, ero impotente. Avevo il buio che mi stava travolgendo».  (…)

 Non cerca nemmeno giustizia. Si domanda, coprendosi il viso, dove ha sbagliato. «La mia bimba stava sempre peggio. Faticava a muoversi. Eravamo al terzo giorno di viaggio. La costa egiziana era ancora vicina, si vedeva. Quegli avidi sciacalli aspettavano altri immigrati, per prendere più soldi. Ho chiesto se, nel caso fosse giunta una nuova barca, sarei potuto tornare indietro con la famiglia. Hanno detto di sì. Ma un amico ha sentito che gli scafisti via radio ordinavano agli altri in arrivo di caricarci e buttarci. Abbiamo deciso, con l’approvazione di chi era sulla nostra imbarcazione, che viva o morta Raghad sarebbe rimasta con noi fino alla Sicilia. Si è spenta al quinto giorno. L’abbiamo appoggiata su un piccolo pezzo del ponte, era tutta rannicchiata, attorno c’era gente accalcata, stremata, svenuta. Poi… poi il suo corpo si stava… volevo che le altre figlie non avessero di lei un’immagine… c’erano delle persone esperte di religione. Hanno celebrato la cerimonia funebre… abbiamo lavato i suoi vestiti in mare… l’ho adagiata in acqua. Quando mancava una settimana alla partenza, avevo radunato le mie figlie. Avevo mostrato loro da YouTube i video sulle tragedie nel Mediterraneo. Non avevo esitato a mostrare le immagini più crude. Volevo essere sicuro che sapessero i rischi e i pericoli. Ci hanno risposto in coro: “Mamma e papà, si va, uniti”. Solo una di loro, Raghad, che era la guida, la piccola con maggiore coraggio e personalità, ha avuto un’esitazione. Ha detto: “Io sono malata, sono il punto debole. Se volete, lasciatemi pure qui in Egitto e voi proseguite”».