Case di riposo: 7mila morti, 40% Covid. Chi gli ha aperto la porta? Medici, infermieri, parenti…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Aprile 2020 10:31 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2020 10:54
Case di riposo: 7mila morti, 40% Covid. Chi gli ha aperto la porta? Medici, infermieri, parenti...

Case di riposo, la strage degli anziani (foto Ansa)

ROMA – Un po’ meno della metà dei settemila decessi nelle case di riposo per anziani da febbraio a metà aprile sono state registrate come Covid 19 (accertati o presunti). Insomma le strutture sanitarie qualificate per proteggere i suoi assistiti si sono trasformate in focolai devastanti di contagio. Nel posto meno sicuro per evitare il virus. 

La strage dei nonni, la decimazione degli anziani ospiti delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) concentrata soprattutto al Nord in Lombardia e Veneto, è colpa, questo è sicuro, di un virus contagiosissimo. Aiutato tuttavia da tanti, troppi, errori, omissioni, sottovalutazioni, delle autorità in primo luogo. Quindi sotto accusa Regioni balbettanti e Ats (le vecchie Asl) incapaci di far rispettare i protocolli di sicurezza.

Chi ha aperto la porta al virus?

Ma il virus qualcuno nelle Rsa lo ha introdotto. Qualcuno ha dovuto per forza aprirgli la porta. Gli anziani positivi meno gravi trasferiti per delibera regionale dagli ospedali in apnea per il supercarico nelle terapie intensive. Il personale medico e paramedico, gli infermieri, gli operatori in genere (mensa, pulizie ecc…) sguarniti dei dispositivi di protezione individuale. Leggi guanti e mascherine. I parenti che oggi chiedono giustizia. Lo strazio di aver perso i genitori o i nonni abbandonati a se stessi e senza poterne nemmeno onorare degnamente il trapasso, non può cancellare che nei giorni cruciali del dilagare del virus, a marzo, potevano ancora pretendere di accompagnare, salutare, vedere i propri cari direttamente nelle stanze dove erano degenti.

Picco decessi Rsa nella seconda metà di marzo

Il 40,2% dei deceduti nelle Rsa dall’inizio di febbraio era positivo al Covid-19 o aveva sintomi compatibili con la malattia. Lo afferma il terzo aggiornamento del report dell’Istituto Superiore di Sanità. Su un campione di circa mille strutture in cui sono stati riscontrati quasi settemila morti.

La percentuale più alta dei decessi, circa il 36% del totale, si è avuta nel periodo tra il 16 e il 31 marzo, riporta la survey. I decessi, ha spiegato Graziano Onder, uno dei curatori, corrispondono a circa il 7% del numero complessivo degli anziani residenti nelle Rsa, calcolato in oltre 80.000. Di questi, la maggior parte si trova nel Nord Italia e solo un migliaio sono risultati positivi al nuovo coronavirus, la maggioranza dei quali in marzo.

Cosa non ha funzionato secondo l’ISS

“Delle 1.018 strutture che hanno risposto – si legge nel documento -, 842 (82,7%) hanno riportato la mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale, mentre 203 (19,9%) hanno riportato una scarsità di informazioni ricevute circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione.

Inoltre, 105 (10,3%) strutture segnalano una mancanza di farmaci, 335 (32,9%)l’assenza di personale sanitario e 111 (10,9%) difficoltà nel trasferire i residenti affetti da COVID-19 in strutture ospedaliere. Infine – conclude il rapporto -, 260 strutture (25,5%) dichiarano di avere difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da COVID-19, e 143 hanno indicato l’impossibilità nel far eseguire i tamponi”. (fonti Iss, Ansa)