Catania, si vantano al bar, si filmano: per tre ragazzi una donna preda era libero trofeo

di Riccardo Galli
Pubblicato il 26 marzo 2019 14:37 | Ultimo aggiornamento: 26 marzo 2019 15:10
Catania, in tre si vantano al bar, si filmano: per tre ragazzi una donna preda era libero trofeo

Catania, si vantano al bar, si filmano: per tre ragazzi una donna preda era libero trofeo (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Catania, una storia di Catania e purtroppo una storia che la dice più lunga di quanto vorremmo sui cosiddetti valori che circolano nel sangue della gente in carne e ossa. Storia di tre ragazzi, due di 19, l’altro di 20 anni, appena maggiorenni almeno all’anagrafe. Conoscono i tre una ragazza. Lei è americana, fa la baby sitter presso una famiglia in città, è a Catania da tre mesi. La conoscono in un bar, la portano in giro per bar. E i tre le si fanno attorno, tra un bar e l’altro la spingono in macchina.

Via si parte, lei sbattuta sul sedile posteriore. La ragazza vuole scendere. Glielo impediscono. Vuole telefonare. Le tolgono il telefonino. In macchina uno dopo l’altro i tre maschi si prendono la donna preda. A turno fanno i loro comodi. Con calma e con compiacimento. Il tempo che ci vuole e anche più. Perché devono filmarsi, girare video di quel che stanno facendo. Girare video da far girare. C i deve essere la documentazione da esibire. Quindi a turno si filmano mentre a turno stanno sopra la preda.

Via, hanno finito: la donna preda può essere rimandata a casa o dove le pare. Mai e poi mai i tre cacciatori pensano di aver fatto qualcosa per cui avranno guai. La donna starà zitta, che altro può fare? A parlare, chiacchierare sono invece loro. Incredibile ma vero lo vanno a raccontare, ad esibire, a vantarsi al bar di quel che hanno fatto. Gli scappa proprio gli scappa di esibire il trofeo. Sono incontinenti nel bisogno di proclamare la loro abilità di cacciatori. Non possono esibire una pelliccia o uno scalpo o una femmina giovane impagliata, però possono esibire un video dove ci sono loro che cacciano, catturano, sottomettono la preda.

Si vantano al bar e fanno girare i video. Li fanno girare loro! Non basta ancora, uno di loro via social invia altro video alla ragazza predata per chiamarla a sottomettersi di nuovo alla caccia. Non è forse selvaggina umana, che altro deve fare? Ai tre ragazzi di Catania appare ovvio e lecito che la femmina sia selvaggina umana. Devono quindi essere rimasti molto stupiti quando i video da loro girati come prova di orgoglio sono diventati prove di reato per farli arrestare. Non hanno capito perché li arrestano e perché lei non c’è stata a fare quel che è nella sua natura e quel che le destina la natura: la preda del maschio.

E’ questo il reato più grave che la nostra società di fatto tollera anzi consente, questo ottuso e ostinato non capire. Facile immaginare che parentado e amici diranno che quella dei tre è una ragazzata. Facile immaginare l’argomento a difesa: vogliamo rovinare tre giovani vite con una condanna pesante? Facile qualche sentenza comprensiva. Tutte queste facilità quasi sempre riscontrabili proteggono una cultura del si può fare. Cultura non tanto e non solo dell’impunità quanto del che peccato è mai predare una donna? Quei tre giovani che si sono filmati da soli e da soli hanno fatto girare le prove del loro reato non è che si sono bevuti il cervello, è che il loro cervello dice loro, qui e adesso e tra la gente, che una donna è, può essere selvaggina. Qualcuno, qualcosa gliel’ha insegnato. E quel qualcuno/qualcosa è l’esperienza di vita che hanno fatto nella vita reale che hanno vissuto. Ed è questo l’orrido della storia: Catania, Italia.