Luca Traini ci prova a cavarsela: volevo uccidere il mostro. E molti se la bevono

di Riccardo Galli
Pubblicato il 6 febbraio 2018 14:14 | Ultimo aggiornamento: 6 febbraio 2018 14:18
Luca Traini ci prova a cavarsela: volevo uccidere il mostro. E molti se la bevono

Luca Traini ci prova a cavarsela: volevo uccidere il mostro. E molti se la bevono (foto Ansa)

ROMA – Luca Traini ci prova, anzi ci ha già provato con lucidità a cavarsela. Se non proprio a cavarsela, almeno a ridurre il danno concreto e carcerario che gli può venire dalla sua tentata strage. E come può tentare di ridurre quel danno? La prima cosa da fare è mettere sullo sfondo appunto la tentata strage. E dichiararsi, Luca Traini lo ha fatto subito davanti al giudice, uno che voleva uccidere il mostro, il mostro che aveva ucciso Pamela Mastropietro.

C’è gran differenza infatti tra il presentarsi e l’essere giudicato prima dalla pubblica opinione e poi da un Tribunale come il tentato omicida-giustiziere del mostro oppure come il killer di neri innocenti scelti come bersagli a caso per strada sulla base appunto del colore della pelle. C’è differenza tra il dirsi nelle intenzioni e azioni il killer che punisce l’assassino o il macellaio di negri. Questa differenza Luca Traini l’ha colta da subito, altro che incapacità di intendere e volere. E nelle sue dichiarazioni si regola di conseguenza, dice che voleva ammazzare quel nigeriano lì, quello in galera, quello che la radio gli diceva aveva ammazzato Pamela.

Quello lì, quel nigeriano lì, quello sporco spacciatore che la radio diceva aveva fatto a pezzi il cadavere di Pamela. Luca Traini dice al giudice che voleva ammazzare lui e proprio lui. Non tutti i neri a raffica. Giustiziere e non macellaio, così si presenta, si auto presenta Luca Traini alla Giustizia.

Ne ha diritto, ha diritto di difendersi, fa bene a difendersi, più che comprensibile che lo faccia. Meno comprensibile è che la sua narrazione in molti se la bevano. In primo luogo la gran parte degli organi di stampa e di comunicazione di massa. Quasi tutti hanno trasformato le parole di Traini (“volevo uccidere Innocent Oseghale”) in un dato di fatto e cioè voleva uccidere Oseghale.

Luca Traini ci prova e la racconta come più utile possa essere per lui, racconta che andava a sparare a un solo nigeriano, il mostro, in Tribunale. Ma Luca Traini in Tribunale non ci è mai andato, ha girato per due ore in auto sparando trenta colpi a undici bersagli. Strano itinerario per uno che dice di aver avuto un solo obiettivo quello che porta dovunque tranne che all’obiettivo. Se davvero voleva giustiziare il mostro perché Luca Traini spara a undici persone che nulla c’entrano? Come è di tutta evidenza Traini spara loro perché sono neri, anzi negri. Li vuole punire come etnia, razza.

E’ una rappresaglia armata sulla popolazione civile. A Luca Traini fa più comodo difendersi con la ricostruzione posticcia del volevo uccidere il mostro. Chiaro, legittimo, comprensibile. Molto meno chiaro è perché a molti venga per così dire naturale credergli. Questa naturalezza a bersi la storia del giustiziere del mostro sembra proprio parente stretta dell’abbraccio giustificazionista che sta avvolgendo Traini, della gran voglia che sia andata con un mostro, un  giustiziere…

Già come è andata? Non lo sappiamo, indagini in corso. Anzi un passo le indagini lo hanno fatto: Innocent Oseghale resta in carcere ma non è (non è!!!) accusato di omicidio. E’ possibile che la povera Pamela sia morta per overdose e che poi del suo corpo si sia fatto scempio per nascondere il tutto. Il che rende ancora più interessante la domanda: perché in tanti, tantissimi si bevono come fresca acqua la storia del giustiziere? Perché a tantissimi piace cucire addosso a Traini l’abito del giustiziere invece che quello del killer nazista? Vasta domanda…