Sacerdote gay, coming out monsignor Charamsa: “Ho compagno”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Ottobre 2015 8:54 | Ultimo aggiornamento: 6 Ottobre 2015 19:23
Sacerdote gay, coming out monsignor Charamsa: "Ho compagno"

Monsignor Charamsa

CITTA’ DEL VATICANO – “Sono felicemente omosessuale ed ho un compagno”: è il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, polacco di 43 anni, da 17 residente a Roma e dal 2003 ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, oltre che segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana e docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum a Roma. Un coming out affidato ad Elena Tebano del Corriere della Sera proprio alla vigilia del Sinodo sulla famiglia. E a cui il Vaticano ha replicato duramente: “Lasci tutti gli incarichi”, ha detto padre Federico Lombardi, portavoce della sala stampa vaticana, condannando anche “la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia della apertura del sinodo sulla famiglia (che si aprirà il 4 ottobre per chiudersi il 25 ottobre, ndr) appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica”.

Al Corriere monsignor Charamsa confida senza mezzi termini:

“Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana. Da solo mi sarei perso nell’incubo della mia omosessualità negata, ma Dio non ci lascia mai soli. E credo che mi abbia portato a fare ora questa scelta esistenziale così forte — forte per le sue conseguenze, ma dovrebbe essere la più semplice per ogni omosessuale, la premessa per vivere coerentemente — perché siamo già in ritardo e non è possibile aspettare altri cinquant’anni”.

Monsignor Charamsa sa che probabilmente non potrà più insegnare nelle scuole cattoliche. Ma spiega la sua visione dell’amore omosessuale, definendolo come

“amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Ogni persona, anche i gay, le lesbiche o i transessuali, porta nel cuore un desiderio di amore e familiarità. Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve esser protetto dalla società, dalle leggi. Ma soprattutto deve essere curato dalla Chiesa. Il Cristianesimo è la religione dell’amore: è ciò che caratterizza il Gesù che noi portiamo al mondo. Una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri, perché è un fatto pubblico, non privato, e non è una ricerca esasperata del piacere”.

Il prelato supporta questa sua tesi con la ricerca teologica. E cita anche la Bibbia:

“Non parla mai di omosessualità. Parla invece degli atti che io definirei “omogenitali”. Possono essere compiuti anche da persone eterosessuali, come succede in molte prigioni. In questo senso potrebbero essere un momento di infedeltà alla propria natura e quindi un peccato. Quegli stessi atti compiuti da una persona omosessuale esprimono invece la sua natura. Il sodomita biblico non ha niente a che fare con due omosessuali che oggi in Italia si amano e vogliono sposarsi. Non trovo nella scrittura nemmeno una pagina, neanche in San Paolo, che possa riferirsi alle persone omosessuali che chiedono di essere rispettate nel loro orientamento, un concetto sconosciuto all’epoca”.

Monsignor Charamsa adesso ha un compagno. E alla giornalista che gli ricorda come questo sia “ancora più inconciliabile con il sacerdozio cattolico” risponde:

“So che la Chiesa mi vedrà come qualcuno che non ha saputo mantenere una promessa, che si è perso e per di più non con una donna, ma con un uomo! E so anche che dovrò rinunciare al ministero, che pure è tutta la mia vita. Ma non lo faccio per poter vivere con il mio compagno. Questa è una decisione molto più ampia che nasce dalla riflessione sul pensiero della Chiesa. Se non fossi trasparente, se non mi accettassi, non potrei comunque essere un buon sacerdote perché non potrei fare da tramite alla felicità di Dio. Penso che su questi temi la Chiesa sia in ritardo rispetto alle conoscenze che ha raggiunto l’umanità. È già successo in passato: ma se si è in ritardo sull’astronomia le conseguenze non sono così pesanti come quando il ritardo riguarda qualcosa che tocca la parte più intima delle persone. La Chiesa deve sapere che non sta raccogliendo la sfida dei tempi”.