Wuhan 2015, il capo laboratorio già avvertiva: “Occhio a nuovi coronavirus, potrebbero infettare l’uomo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Giugno 2021 15:47 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2021 15:47
Wuhan 2015 capo laboratorio

Wuhan 2015, capo laboratorio già avvertiva sui rischi di pandemia (Ansa)

Wuhan 2015, il capo laboratorio già avvertiva sui rischi di pandemia. L’ipotesi di un errore nella gestione dei ceppi di coronavirus nel laboratorio cinese di Wuhan è ancora tutta da dimostrare. Tuttavia, cominciano ad accumularsi testimonianze e circostanze che congiurano per diventare indizi.

Lo stesso Anthony Fauci, il primo infettivologo americano, ritiene ancora che il coronavirus sia stato trasmesso all’uomo per la prima volta dagli animali. Ma intanto ha fatto impellente richiesta a Pechino di consegnare le cartelle cliniche di 9 ricercatori di Wuhan ammalatisi nel 2019. Una prova che il Covid-19 – segnala il Financia Times – sia fuggito dal laboratorio di Wuhan.

Wuhan 2015, il capo laboratorio già avvertiva: “Occhio a nuovi coronavirus”

Ancor più allarmante lo scoop di Vanity Fair che ha ripescato un vecchio articolo del capo laboratorio di Wuhan. Che già nel 2015 metteva in guardia sulla eventualità di una pandemia. 

Shi Zhengli, e l’epidemiologo Ralph Baric erano tra i quindici autori del rapporto sulla ricerca sui nuovi Coronavirus. Rapporto che intendeva sollevare perlomeno la giusta preoccupazione circa ” un potenziale rischio di ricomparsa di Sars-CoV da virus che attualmente circolano nelle popolazioni di pipistrelli”.

Drammaticamente profetico. Senza contare che i due ricercatori citati a Wuhan si sono occupati di inserire una proteina di un pipistrello “ferro di cavallo” cinese in un virus della Sars del 2002.

Insomma, manipolazione. “Sulla base di questi risultati – si può leggere nell’articolo citato da Vanity Fair –, i gruppi di revisione scientifica possono ritenere che studi simili che costruiscono virus chimerici basati su ceppi circolanti siano troppo rischiosi da perseguire, poiché non si può escludere una maggiore patogenicità nei modelli di mammiferi”.