Financial Times dà ragione a Bossi: “Europa ridotta con il solo nord Italia”

Pubblicato il 15 Giugno 2012 10:05 | Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2012 10:25
L'Europa di Carlomagno

I confini dell'Impero di Carlomagno. E' l'Europa di Bossi?

ROMA – Non è che il Financial Times si sia convertito al secessionismo lumbard. Il fatto è che l’analisi di Tony Barber, allarmatissima, dà conto delle pulsioni centrifughe, dei risentimenti europei reciproci tra nord e sud, est e ovest: la gravissima crisi minaccia, per la prima volta, i principi di unità e tenuta del processo di integrazione iniziato alla fine della seconda guerra mondiale. La sfiducia nella sostenibilità dei sistemi politici fondati su generosi welfare state incentiva molti autorevoli membri a riconsiderare l’unione allargata a 27 paesi (28 con la Croazia) spingendo i più intransigenti a riproporre vecchie cartine di un’Europa formato ridotto come quella carolingia. Meno ambizioso dell’impero romano, esteso da Roma a Costantinopoli, quello di Carlomagno comprendeva Francia, Germania, Austria, Benelux e il Nord Italia.

Suggestioni storiche a parte, il fosco scenario storico attuale rappresenta, secondo Barber, il test più importante per i leader europei. Se i leader europei non superassero questo test, avverte, “le potenziali ripercussioni per il mondo” e per il posto dell’Europa nel mondo andrebbero oltre i tristi presagi che circolano nei circoli imprenditoriali e finanziari sui sistemi bancari devastati e sul disordine economico mondiale. La disoccupazione galoppante, la crisi di credibilità dei partiti, il populismo stanno lacerando il tessuto dell’unità faticosamente raggiunta, finora un esempio di politica di integrazione regionale. E la voglia di Europa formato ridotto si fa strada in molti circoli intellettuali, al punto da far ritenere il “secessionismo” padano una forma tra le tante di una narrazione politica mainstream, non il baluardo anacronistico alla omogeneità imposta dai burocrati di Bruxelles.

I costi, in termini politici, sono immensi, anche per l’eventualità che la situazione sfugga di mano. Intanto, a livello economico, non c’è solo l’incapacità di crescere, o la perdurante crisi di dei debiti sovrani. Quale corollario inevitabile della spinta a rinchiudersi nei propri recinti, c’è la rinazionalizazione dei capitali e del credito: gli investitori ritirano fondi dai Paesi “partner” e li parcheggiano in patria. Si chiama “sudden stop” nel linguaggio dell’economia, un arresto cardiaco della circolazione monetaria che impedisce al sangue/euro di arrivare a tutte le membra e gli organi del corpo malato dell’Europa.

E infatti le banche spagnole e italiane comprano i propri titoli di stato su larga scala: acquisti di tale entità che “hanno creato una connessione allarmante” tra debito sovrano e banche che deve essere spezzata per sventare il rischio che si distruggano a vicenda. Baloccarsi irresponsabilmente con un’uscita della Grecia quasi fosse una scocciatura di cui liberarsi non considera la gravità e il fatto simbolico. Sarebbe la prima volta che un paese va nella direzione opposta al processo di integrazione: non un paese qualsiasi, ma quello che storicamente “veneriamo” quale fondatore delle stesse origini e delle ragion d’essere europei.