Fisco, anagrafe bancaria: l’Europa chiama, l’Italia risponde, ma la privacy…

Pubblicato il 10 Aprile 2013 13:07 | Ultimo aggiornamento: 10 Aprile 2013 13:35

ROMA –  L‘Italia assieme a Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna sta lavorando ad un progetto pilota per scovare gli evasori fiscali e prevenire le frodi al fisco. Una santa alleanza tra i cinque paesi più importanti dell’Eurozona, mediante lo scambio automatico delle informazioni. Lo hanno comunicato i ministri delle finanze dei cinque paesi in una lettera inviata alla Commissione Europea il 9 aprile. I 5 big di Eurolandia sperano di superare ogni limite finora frapposto alla lotta all’evasione, in una piattaforma multilaterale di scambio delle informazioni. Ma in Italia ancora ci si interroga sui rischi di una graduale erosione della privacy bancaria e della riservatezza sui conti scudati.

Non si è ancora placato lo strascico di polemiche sull’Anagrafe tributaria, temuto Grande Fratello fiscale che dal prossimo ottobre sbircerà nei nostri conti correnti e depositi, ma anche contratti derivati, fondi pensioni e acquisti di oro e preziosi, carte di credito e cassette di sicurezza. La verità è che per quanto odioso possa essere il controllo nelle tasche dei cittadini, l’unica via efficace nella guerra all’evasione è quella della trasparenza.

Seduti a quel tavolo il tedesco Wolfgang Schaeuble, il francese Pierre Moscovici, lo spagnolo Cristobal Montoro Romero, l’inglese George Osborne e l’italiano Vittorio Grilli hanno firmato un’ammissione fondamentale: la trasparenza è conditio sine qua non della lotta all’evasione. Per questo chiedono uno scambio obbligatorio di informazioni in Europa. E una adesione senza ritardi per l’Europa a 27 sulla modifica della direttiva sulla tassazione del risparmio 2003. Sono questi i binari su cui si muove l’accordo multilaterale a cinque che non ammette più nascondigli per coloro che cercano di sfuggire al Fisco.

Per il loro progetto intendono basarsi sul modello applicato nel negoziato con gli Usa dopo l’approvazione del ‘US Foreign Account Tax Compliance Act’. In quell’occasione i ministri hanno discusso con le autorità americane e hanno elaborato un modello di accordo ”che minimizza il peso sul business assicurando l’efficace ed effettivo scambio di informazioni reciproco”. ”Crediamo che questo sia un passo nuovo verso la trasparenza fiscale che ci aiuta ad abbattere ancora di più l’evasione”, scrivono i responsabili dell’economia.

I cinque Paesi vogliono coinvolgere anche il resto della Ue nel progetto: ”Invitiamo gli altri Stati ad unirsi e auspichiamo che la Ue possa diventare leader nel promuovere un sistema globale di scambio automatico di informazioni, rimuovendo i nascondigli per chi cerca di evadere”.

C’è da considerare poi che l’intesa è maturata in un clima da caccia alle streghe, dopo la recente pubblicazione di dati sui paradisi fiscali off-shore che ha dato nuova enfasi al problema molto sentito, soprattutto nei Paesi occidentali più indebitati. Un dossier del Tax research London ha dimostrato che l’evasione a tre cifre non è una malattia solo italiana. Secondo l’istituto di ricerca inglese siamo i primi della lista, con un ‘evasione da 180 miliardi l’anno. Ma subito dopo c’è la Germania, con i suoi 158 miliardi nascosti al fisco, la Francia con 120, La Gran Bretagna con 74 e  la Spagna 72.

Tra la scoperta di un’evasione collettiva e i malandati conti pubblici europei, non ci è voluto molto ad avvertire l’urgenza di un fronte comune contro l’evasione.

Sotto pressione ora saranno Austria e Lussemburgo, a causa di un segreto bancario molto criticato dai loro vicini europei. Il ministro delle Finanze austriaco, la democristiana Maria Fekter, ha sottolineato come la costituzione austriaca protegga la privacy dei cittadini e che lo scambio automatico di dati rischia di non essere possibile. Secondo i dati ufficiali il denaro europeo parcheggiato in Austria ammonterebbe a 35 miliardi di euro.

Quel che ormai è chiaro è che non è più possibile dichiarare di voler combattere l’evasione fiscale e al contempo accettare accordi che limitano la possibilità di scambiarsi informazioni ossia che continuino a tutelare in maniera poco trasparente il segreto bancario.