Pensioni non indicizzate, una speranza: sblocco fino a 1400 euro

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 7 Dicembre 2011 14:00 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2011 14:22

ROMA – Esiste una piccolissima speranza che il blocco delle rivalutazioni sugli assegni pensionistici sia ammorbidito, almeno di un po’? Flebile, condizionata, una timida apertura è arrivata dal ministro del Welfare Fornero, intervenuto a Porta a Porta. Rivedere gli adeguamenti degli assegni al costo della vita oltre la soglia dei 936 euro sarebbe possibile ma solo “a saldi invariati”, sostiene il ministro. Stavolta senza lacrime ma concedendo qualcosa sull’ipotesi che il sacrificio sia caricato sulle spalle di contribuenti più robusti. Il sottosegretario Martone si spinge più in là.

La proposta è di alzare la soglia delle pensioni che si vedono bloccata l’indicizzazione fino a tre volte l’assegno minimo, vale a dire fino a circa mille e 400 euro. E’ questa l’ipotesi alla quale sta lavorando la Commissione lavoro della Camera, che sta preparando il parere sul decreto legge della manovra. Tra le ipotesi di copertura al momento si ragiona su un intervento sulle pensioni baby o su un contributo di solidarieta’ delle pensioni d’oro. Il blocco vale per il 2012 un risparmio di 3,8 miliardi.

Ricordiamo che la manovra prevede che oltre il doppio del minimo pensionistico, appunto 936 euro, non scattino gli aumenti indicizzati al livello dell’inflazione, attestata in questo momento al 2,6%. Livello che incide negativamente sul potere di acquisto di sette pensionati su dieci. L’idea, perorata soprattutto a sinistra, è quella di elevare il tetto, diciamo fino ad almeno i 1500 euro mensili. Oppure programmarne un’indicizzazione parziale. Si potrebbe fare, ma dove tagliare allora? Dal comparto previdenziale, si potrebbe pensare a un contributo di solidarietà prelevando un po’ di più dalle baby pensioni. La Fornero ha considerato l’ipotesi in trasmissione e il Parlamento ci sta lavorando.

Il Pd insiste su una maggiore pressione sui capitali all’estero scudati: il prelievo dell’1,5% vale 2 miliardi e 200 milioni. Raddoppiare la misura, ponendo il prelievo al 3%, significa un gettito ulteriore di oltre due miliardi. Strada percorribile ma piena di insidie: già quel prelievo, anche se giudicato insufficiente, è a rischio ricorsi, senza considerare che il valore stimato è presunto. I capitali potrebbero essere stati spesi, trasferiti, vincolati mentre la violazione di anonimato e segretezza rischiano di pregiudicarne l’esito atteso.

Alzare ancora l’asticella dell’Iva, significherebbe garantire un po’ più di potere d’acquisto sugli assegni attraverso una riduzione dello stesso sul fronte dei consumi: impraticabile. Idem per le accise sui carburanti, sottoposte a rincari record. Dire che la coperta sia corta è pleonastico: il blocco delle indicizzazioni però è altamente impopolare. Il tempo della “finanza creativa” è finito, un emendamento che ammorbidisca lo stop alle rivalutazione è, al momento, più vicino al sogno che all’ipotesi. Monti è stato più che chiaro: “Il Parlamento è sovrano, il tempo è poco, il margine di flessibilità pochissimo”. Sognare però ancora non costa nulla.