Se Garibaldi fece l’Italia… con la peggio gente del Sud

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 ottobre 2012 16:40 | Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2012 16:41
L'ingresso di Garibaldi a Napoli, accompagnato da Liborio Romano

L’ingresso di Garibaldi a Napoli, accompagnato da Liborio Romano

PALERMO – Dalla meglio gioventù alla peggio gente. O anzi, più correttamente, dalla peggio gente alla meglio gioventù. Già, perché proprio dalla peggio gente cominciò la storia d’Italia, almeno quella meridionale, molto tempo prima della Meglio Gioventù raccontata da Marco Tullio Giordana. Molte infatti le ombre sulla spedizione dei Mille che il nostro Paese contribuì a far nascere. Opportunismo, criminalità, calcolo politico e personale sarebbero il terreno su cui le camicie rosse poterono contare, senza saperlo, per il successo della loro impresa. I Mille avrebbero trionfato anche grazie all’aiuto, diretto o meno, delle parti peggiori della società dell’allora Regno delle Due Sicilie: dai delinquenti non ancora divenuti mafiosi, sino ai corrotti e agli opportunisti. Tutti in aiuto dei garibaldini e tutti improvvisamente filo piemontesi e filo italiani non per passione politica o ideale unitario, ma per semplice, mero calcolo opportunistico.

La tesi riproposta sul Corriere della Sera da Paolo Mieli non è nuova e nemmeno originale, ma l’editorialista del quotidiano milanese la correda di precise citazioni e molti particolari non certo inediti ma sicuramente ai più ignoti prendendo spunto da un saggio di Paolo Macry, ‘Unità a Mezzogiorno’. Saggio che, se getta diverse ombre sulla parte siciliana della spedizione, mette quasi una pietra tombale sulla partecipazione napoletana all’unificazione.

Nell’ideale risorgimentale e nel comprensibile incensamento che di quella fase la nostra nazione ha fatto, l’impresa dei Mille fu un impresa eroica, fatta di ideali ed eroi che, da soli, riuscirono ad abbattere quello che era il tiranno di uno stato arretrato e corrotto portando in dote il futuro, la modernità e l’Italia. Ovviamente la storia è molto più complessa di così. Lo stesso Garibaldi è una figura molto più controversa di come la si è poi dipinta, una sorta di Che Guevara ante litteram scolorito, per esigenza nazionali, a semplice paladino dell’italianità. Ma non è solo la figura di Garibaldi ad esser stata semplificata per esigenze nazionali, ma tutta la storia dell’unificazione del meridione al resto del regno sabaudo.

Finito con una fuga precipitosa e l’abbandono di Roma, la storia del Regno d’Italia non può in realtà vantare natali molto più nobili. Come scriveva circa già 150 anni fa Massimo d’Azeglio “quando s’è vinta un’armata di 60 mila soldati, conquistando un regno di sei milioni di abitanti, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualche cosa di non ordinario”. Ed è effettivamente difficile credere che Garibaldi con i suoi mille possa aver sconfitto il più grande esercito italiano dell’epoca che solo in Sicilia era forte di circa 25 mila uomini. Qualcosa, qualcuno ha aiutato Garibaldi. E non fu, come la storia d’Italia ama raccontare, la voglia di unità, il ribellarsi ad un sovrano tiranno e retrogrado a creare le condizioni socio politiche e ad armare gli uomini che l’unità d’Italia aiutarono. Altre furono le pulsioni, politiche, sociali e personali che crearono il terreno su cui i mille poterono trionfalmente marciare.

Senza voler negare quanto di buono e di ideale l’impresa dei Mille rappresentò e rappresenta tutt’ora, l’indagine storica del libro di Macry mette però in evidenza gli aspetti meno edificanti della vicenda che portò al crollo del regno borbonico. Come l’appoggio che i latifondisti siciliani garantirono alle camicie rosse rifornendoli di uomini dalla non proprio specchiata onestà. Quegli stessi uomini che, durante i moti del ’48 avevano messo a ferro e fuoco l’isola tenendo in scacco l’esercito borbonico. Uomini che non erano, nel 1848 come nel 1860, animati da ideali rivoluzionari, ma che erano in realtà più simili a bande armate prive di qualsiasi controllo.

Nel 1848 – scrive Macry – i borbonici “soccombono a un miscuglio micidiale di iniziativa politica e pressione sociale, che si esprime attraverso la guerriglia contro le truppe reali, le incursioni nelle città fedeli a Napoli, gli attacchi ai posti di polizia e il massacro dei poliziotti, il saccheggio di uffici pubblici e abitazioni private, il rapimento degli avversari politici e dei ricchi”. Queste squadre armate – nota Mieli – presto diventano l’unica autorità sul territorio. Squadre che, come ha scritto Giuseppe Giarrizzo, “sono il veicolo dell’ingresso della criminalità organizzata (abigeato, sequestro di persona, contrabbando) nell’area politica, attraverso la promozione dei capobanda a patrioti”. Il tutto si ripresenta nel 1860, allorché si rivela fondamentale l’apporto di quest’area delinquenziale all’impresa di Garibaldi.

Sono infatti queste stesse “squadracce” a preparare, inconsapevolmente, il terreno per lo sbarco di Garibaldi e i suoi. Squadracce che, oltretutto, non combattono una guerra ‘regolare’ con i borbonici, ma organizzano quelle che oggi verrebbero definite azioni di guerriglia. Comincia quindi ‘male’ la spedizione dei Mille. In Sicilia, primo approdo dei garibaldini, la loro impresa riesce grazie a squadre al servizio della vecchia aristocrazia terriera, squadre che hanno in spregio qualsiasi ideale e qualsiasi autorità che non sia quella del loro signore di riferimento.

Ma la parte peggiore, quella che dà il titolo al pezzo di Mieli, arriverà con lo sbarco sul continente di Garibaldi e dei suoi. Quando i Mille prenderanno terra in Calabria, la parte continentale del Meridione ha già da tempo cominciato ad implodere. Non sotto il peso però di una società vogliosa di cambiamento e di nuovo, ma sotto la spinta di una società, e persino di un re che, vedendo la fine del suo regno avvicinarsi sceglie di ingraziarsi il nuovo signore. Per opportunismo quindi, per calcolo. Con “un misto di realismo riluttante e avventatezza politica”, scrive Macry, “il giovane sovrano opera una svolta a tutto campo che più radicale non potrebbe essere: aderisce alla prospettiva nazionale, riporta in vigore la Costituzione del 1848 (“In armonia co’ principi italiani e nazionali”, specifica il sovrano), introduce il sistema rappresentativo, concede la libertà di stampa e l’amnistia per i detenuti politici”.

Da quel momento Francesco II si travestirà sempre più da patriota risorgimentale. Subito (dal 27 giugno) modificherà la bandiera del suo regno, che conserverà al centro lo stemma dinastico, ma diverrà tricolore e sarà issata sui pennoni della flotta e sui castelli cittadini, mentre anche le navi straniere alla rada festeggeranno l’evento sparando a salve. Nel giro di pochi giorni a Napoli non si trova più quasi nessuno che non inneggi a Cavour e a Garibaldi. Persino il conte d’Aquila, zio del sovrano nel frattempo rifugiatosi a Gaeta, arriverà a sostenere la causa italiana.

Ma se a Palermo l’arrivo dei Mille coincise con la scomparsa di qualsiasi autorità centrale e di qualsiasi ordine costituito, lasciando spazio alle squadre dell’aristocrazia, a Napoli la storia sarà diversa. Peggiore. Probabilmente meno dolorosa per la città che non visse saccheggi e distruzioni ma certo non più edificante visto che l’ordine, caduto il potere reale, passò in mano alla camorra.

Racconta Mieli che l’ex oppositore divenuto ministro dopo la svolta “italiana” del Borbone, Liborio Romano, come prima mossa convocò a casa sua i principali capi della criminalità organizzata partenopea (“I più rinomati di quei bravi”, li definisce lui stesso nelle sue Memorie) e spiegò loro che era giunto il momento di “riabilitarsi dalla degradazione” facendo parte di una nuova pubblica sicurezza che non sarà più “composta di tristissimi sgherri e di vilissime spie, ma di uomini valorosi e di cuore”. “Laddove”, chiarisce Macry, “per sgherri e spie si intendono i vecchi tutori dell’ordine e per uomini di valore i camorristi”. Così, quando mesi dopo Garibaldi giungerà a Napoli, la troverà nelle mani dello Schiavetto, di Michele ‘o Chiazziere, di Tore ‘e Crescenzo e altri capi della criminalità napoletana.

Ma la questione non riguarda solo come i Mille conquistarono il Meridione, ma come questo aderì al nuovo stato. E come sostiene Bettino Ricasoli, si dovrà prendere atto che i municipi meridionali hanno incluso nei propri ranghi “persone di perduta fama, persone implicate in processi tuttavia pendenti per furto e per omicidio, persone che subirono condanne sotto il regime borbonico non già per reati politici, ma per truffe, per risse a mano armata, per furti e per altre iniquità”.

Precisa Macry, non è che all’epoca dei Mille fossero del tutto assenti nel Mezzogiorno persone animate da sentimenti di motivata adesione agli ideali della patria. Ma “al di sotto del fiume Garigliano, la nazione dei liberali diventa un fenomeno decisamente minoritario sul piano politico, sociologico e culturale. Non che nel resto della penisola sia un’istanza di popolo, ma è nel Sud che incontra adesioni estemporanee, disillusioni, rancori e infine una vera e propria reazione armata”. È giusto dire in maniera esplicita che “il Mezzogiorno non aderisce al nuovo Stato con le convinzioni radicate delle regioni centrosettentrionali; il suo tragitto è meno introiettato sul piano culturale e ideale, meno consapevole politicamente, meno chiaro sul piano sociologico”. Se si può parlare di “liberazione della Sicilia” non si può dire allo stesso modo di “liberazione di Napoli e del Sud continentale”.

Ed è così vero che dopo la spedizione di Garibaldi ci vorrà più di un lustro perché l’esercito sabaudo riesca a riportare un livello d’ordine accettabile in quello che fu il Regno delle Due Sicilie. Impresa che impegnò sino a 115 mila soldati (in certi momenti quasi due terzi di tutte le forze armate del nostro Paese) e che produrrà più morti che l’intera epopea risorgimentale, guerre d’indipendenza incluse. Ma, dopo tutto ciò, il Mezzogiorno diventerà, secondo Macry, “il più italiano dei territori italiani” e “mai metterà in discussione l’unità”. Così italiano che i deprecabili comportamenti, il trasformismo, la partecipazione alla res publica di personaggi discutibili e con in mente prima il loro tornaconto, e il loro conto, che l’interesse generale sono diventati 150 dopo se non la norma, almeno un’abitudine condivisa da Palermo ad Aosta.