Grasso e Ingroia: magistrati in politica, con o senza ritorno?

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 29 Dicembre 2012 10:57 | Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre 2012 10:57

Grasso e Ingroia, due magistrati in politica, accendono il dibattito sul diritto al ritorno e impongono di rilevare come sia indubbiamente diverso lo stile con cui il procuratore antimafia Pietro Grasso ha annunciato la sua discesa nell’arena elettorale, diverso intendiamo da quello del pm Antonio Ingroia, che in verità ancora non ha ufficializzato la volontà di concorrere alle elezioni, con ciò contribuendo tra l’altro a creare un clima non proprio propizio ad un sereno confronto politico.

La differenza sostanziale sta nell’aver Grasso avanzato la richiesta di dimissioni dalla magistratura.

Cosa che al momento non ha fatto Ingroia e che invece sarebbe auspicabile facesse.

E ciò perché pur in assenza di una specifica legge al riguardo, diverrebbe senza dubbio singolare la situazione di chi, una volta smessi i panni del magistrato, si ritrovi in quello del politico con la possibilità in futuro di tornare ad essere magistrato ed in qualche modo, direttamente od indirettamente occuparsi di vicende di cui ha conosciuto in diversa veste, sottoponendosi quindi al rischio che l’attività giurisdizionale possa essere in qualche modo strumentalizzata in ragione del proprio passato.

Un rischio che, nel delicato esercizio della giurisdizione, non può essere corso.

Per questo non si può condividere in toto quanto ha dichiarato il Presidente dell’Anm (Associazione nazionale magitrati) Rodolfo Sabelli, che rivendica per i magistrati , seppure con qualche limitazione e pur convenendo sulla necessità di una legge, il diritto di concorrere in politica.

In assenza di una legge, è evidente che la scelta è demandata alla sensibilità del singolo, così come è chiara a tutti la diversa sensibilità che ha mosso le scelte di Grasso rispetto a quelle di Ingroia.

Resta il fatto, comunque, che una chiara delimitazione dei ruoli è imposta dai principi cardine degli ordinamenti liberali, dove la commistione di funzioni tra i poteri dello Stato dovrebbe essere scongiurata attraverso norme che in alcun momento permettano pericolose ingerenze.

Il giudice appartiene al potere giudiziario, un parlamentare a quello legislativo.

La divisione dei poteri è patrimonio delle democrazie compiute, la confusione tra gli stessi ha sempre generato derive illiberali.

Nessuno contesta il diritto del pm Ingroia a fare politica e del resto ci sono precedenti eclatanti nel nostro panorama politico, da Di Pietro a De Magistris.

Ma una volta optato per la carriera politica non si può pensare di tornare a far parte dell’ordine giudiziario, neanche in circoscrizioni diverse.

E se non in ossequio al principio della tripartizione dei poteri, almeno per far si che l’attività giurisdizionale resti scevra da inevitabili critiche e polemiche che ne minerebbero la credibilità con grave danno per tutti.

Per questo riteniamo sia necessaria una legge che in modo chiaro imponga definitivamente al giudice che si schieri politicamente di appendere la toga al chiodo.