Renzi: le primarie non le vince, ma potrebbe vincere…le elezioni

Sei giornalisti in uno studio tv e un “paradosso” da tutti condiviso: è più facile che Renzi vinca le elezioni che le primarie. Un paradosso ma non campato in aria, infatti se si ragiona di cifre e flussi elettorali si vede che c’è qualcosa di plausibile, il che non vuol dire automaticamente possibile.

ROMA – “Guarda che per paradosso è più difficile per Matteo Renzi arrivare primo alle primarie della sinistra che vincere le elezioni politiche nazionali”. Non ricordo chi è il primo dei sei che verbalizza il “paradosso”, di certo tutti e cinque concordano: Renzi le elezioni cui partecipano tutti gli italiani, o almeno tutti gli italiani che vogliono ancora votare, le può vincere. Le primarie della sinistra invece quasi sicuramente no.

I sei sono Antonio Padellaro direttore de Il fatto Quotidiano, Maurizio Belpietro direttore di Libero, Enrico Mentana direttore del Tg7, Massimo Giannini vice direttore de La Repubblica e Aldo Cazzullo e Marcello Sorgi, “firme” politiche del Corriere della Sera e de La Stampa. Tutti nello studio di Mentana a conversare sul dopo elezioni Sicilia, insomma su quel che succede all’elettorato italiano. Diversi tra loro che più non si può: un giornale sensibile ai temi di Di Pietro e Vendola, fino talvolta a parlare la stessa lingua. Un giornale che usa toni e argomenti alla Santanché, comunque fieramente berlusconiano, anche oltre Berlusconi stesso. Un giornale che ragiona all’unisono se non in simbiosi con il Pd di Bersani. E due giornali e un telegiornale che dialogano e si intendono con tutto quello di elettorato che vi può essere tra Berlusconi e Bersani, compresi molti che votarono il primo o che voteranno il secondo.

Eppure tutti concordano come fosse cosa pacifica su una affermazione invece strabiliante: Matteo Renzi potrebbe vincere le elezioni. Ma che dicono, straparlano un po’ sorseggiando un tè nel pomeriggio? Costruiscono una delle tante effimere immagini buone per un titolo di giornale che dura, che ha vita reale meno della giornata di una farfalla? Niente di così “giornalistico”, sintetizzano invece quella che, sommando sondaggi e voti veri, ultimi quelli della Sicilia, non è più favola o incubo, è diventata ipotesi. Ipotesi plausibile, che non vuol dire possibile. Ipotesi lontana dalla realtà, ma che nella realtà ci potrebbe stare, la realtà non si ribellerebbe.

Matteo Renzi alle elezioni con chi? Da solo, altrimenti per lui possibilità di vittoria non ci sarebbe. Renzi non sarebbe mai il candidato della sinistra ma, se improbabilmente lo fosse, resterebbe confinato nel 35% che più o meno vale elettoralmente la sinistra e si può star certi che di quei voti di sinistra Renzi candidato premier ne perderebbe a catinelle. Renzi da solo dunque, e quanto può “valere” elettoralmente?

Diciamo relativamente poco a sinistra: del circa 30% di cui oggi è accreditato il Pd porterebbe con sè Renzi non più del 10% , quindi un 3 per cento. Cui Renzi potrebbe aggiungere almeno la metà e forse più dell’area elettorale tra Casini che c’è e Montezemolo che non arriva e varie altre aggregazioni in formazione sulla linea “non facciamo del governo Monti un’eccezione irripetibile”. La metà di 15 circa, più o meno il 7 per cento. E siamo al 10% potenziale. Cui aggiungere qualcosa ma non più di tanto di voto “d’opinione e non di interesse” che potrebbe venire dall’elettorato di destra, insomma ex berlusconiano, pochissima roba, il 5% di quei voti, cioè circa un 1,5%. E siamo tra undici e dodici per cento e allora come cavolo le vincerebbe Renzi queste elezioni?

L’ultimo sondaggio disponibile, quello di Emg per La7, dice che la somma tra decisi all’astensione o indecisi a votare fa 44,4% e le elezioni in Sicilia dicono che milioni di voti senza casa e tetto non sono solo nei sondaggi ma nella realtà. Un Renzi che si presenta e corre da solo potrebbe prendere di questi voti…Quanti? Metà? Troppi, impossibile. Un terzo? Ancora boom, esagerato. Un quarto, uno su quattro? Cioè un undici per cento abbondante. Un quarto di quei voti a Renzi è plausibile, il che non vuol dire possibile. Un quarto di quei voti, cioè 11% degli aventi diritto al voto ma il 17% circa dei voti espressi con una astensione del 25/30 e non del 40 e passa  per cento, sommato al quasi 12 per cento dei flussi elettorali già analizzati fa 29/30 per cento. Ecco a cosa si riferivano i sei giornalisti, cosa sintetizzavano con il “paradosso Renzi”.

Numeri, numeri ipotetici ma non infondati. Ma non solo numeri perché Renzi da solo potrebbe fare quel che Bersani non può fare: dire con un minimo di credibilità meno tasse. Con un minimo di credibilità perché lui non è tenuto come Bersani a inseguire con le tasse la spesa che Pd e Sel di fatto ritengono intoccabile. Potrebbe Renzi, almeno in campagna elettorale, fare quel che Bersani non può fare, Montezemolo e Monti non vogliono fare in prima persona ed è risibile anche pensare che Alfano sia in condizioni e animo di fare: affrontare insieme e di petto sia la questione fiscale che quella della spesa pubblica. Chi facesse questo forse, e sottolineo forse, potrebbe distogliere una parte dell’elettorato dalla disperata astensione e quindi oggi interessare la porzione più grande di elettorato. E quindi il paradosso: è più facile che Renzi vinca le elezioni che le primarie.

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