Europa si sfarina. Spagna, Grecia, Polonia: elezioni come assalto ai forni

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 25 Maggio 2015 12:26 | Ultimo aggiornamento: 25 Maggio 2015 13:00
Andrzej Duda

Andrzej Duda

ROMA – Angelino Alfano, l’intempestivo, aveva appena finito di seccamente dichiarare: “Nessun paese europeo e occidentale si metterebbe nelle mani di uno come Salvini”. Incauto Alfano, poche ore e la Polonia si metteva nelle mani di uno proprio come Salvini: il neo presidente eletto Andrzej Duda.

Duda, per capirci uno che vorrebbe introdurre la galera per chi pratica o ricorre alla fecondazione in vitro, uno che ha chiesto di restituire un Oscar ricevuto in premio da un film polacco perché le protagoniste sono due ragazze ebree scampate all’Olocausto, uno che ha come slogan/programma “portare Budapest a Varsavia”, cioè fare della Polonia una fortezza che ringhia allo straniero e ammonisce e tiene a catena i democratici, i gay, gli ebrei, proprio come l’Ungheria di Orban.

Duda, ovviamente anche isolazionista anti euro, anti Europa. Uno alla Salvini insomma, al netto di Radio Maria dei vescovi polacchi che fanno il tifo e raccolgono voti e preghiere per Duda mentre qui da noi Salvini magari con i vescovi ci litiga un po’. Uno alla Salvini, euro fuori dai portafogli, Europa fuori dalle balle, sparare ai ladri, spianare moschee e campi rom, bloccare i barconi in mare…E, ovviamente, meno tasse per tutti e più soldi pubblici per tutti come è scritto e detto nella campagna elettorale di Duda là e Salvini qua.

La Polonia, il paese che dall’entrata nell’euro e nell’Europa ci ha guadagnato di più in termini di migliorata qualità della vita sceglie per presidente un Duda. Ma non solo la Polonia.

In Grecia e in forma appena più attenuata in Spagna l’elettorato premia prima Syriza e ora Podemos. Non sono la stessa cosa Syriza greca e Podemos spagnolo. La coalizione elettorale denominata Syriza è fortemente “partecipata” da forze politiche di tradizione di estrema sinistra. Podemos invece di “comunista” ha poco o nulla. Una cosa però hanno in comune: l’assicurazione che danno ai rispettivi elettorati.

Assicurano che Stato sociale, ampia occupazione, previdenza, spesa pubblica (con contorno non esile sia in Spagna che in Grecia di clientele e inefficienze e sprechi e mazzette)  possono tornare a fluire come prima. Come prima di che? Come prima e basta! Anzi, come prima dell’austerità. La storia che narrano Syriza, Podemos e non pochi altri in Europa è che c’era una volta un bel po’ di soldi e si campava più o meno bene. Poi arrivarono i cattivi e gli invidiosi e imposero l’austerità. Lo fecero per idiozia e malanimo. Quindi, si taglino le unghie ai cattivi e si torni a quando non c’era l’austerità.

La storia vera purtroppo è che l’ottimo e necessario dello Stato sociale, dell’occupazione, della previdenza, dei consumi pubblici e privati cresceva e cresceva e cresceva perché era finanziato soprattutto a debito. Non aveva a sufficienza basi materiali di reale ricchezza prodotta. Non di austerità si dovrebbe parlare ma di rallentamento (relativo) della velocità di indebitamento.

Ma vasti strati di elettorato e di opinione pubblica vogliono, quasi esigono, che torno l’era del debito. Debito che poi qualcuno pagherà, forse. O forse mai. Questa l’aspirazione, la linea, il senso storico e sociale di Syriza, Podemos e tanto altro. Quando questa linea si scontra con il reale, e il reale è che se vuoi vivere di debiti qualcuno ti deve prestare soldi, allora è corto circuito. Ad Atene ci sono vicini, a Madrid il processo è appena partito.

E’ come, anzi è proprio come se vasti strati di elettorati europei reclamassero i loro “diritto acquisito” di vedersi finanziato a debito lo status di vita precedente la crisi della finanziarizzazione dell’economia. Senza voler o poter vedere che anche elementi dello status di vita precedente inerenti al welfare sono figli della finanziarizzazione. Così c’è chi (sinistra?) vuole al contempo decrescita felice, sostenibilità ambientale, fine della dittatura del Pil e spesa pubblica fluente alimentata dai mercati globalizzati. E c’è chi (destra più chiaramente destra) che non potendo ottenere il diavolo e l’acqua santa fusi insieme si prepara a rinchiudersi stizzito nei confini nazionali e si impegna e già si ingegna nella guerra al maligno agente esterno (a scelta l’euro, i rom, i negri, gli ebrei, le banche, gli immorali…).

Sotto la duplice pressione (le braccia son due ma la tenaglia è unica) l’Europa si sfarina. A velocità costante. Prima o poi arriverà il punto di non ritorno. Gli elettorati decidono ed è giusto che sia così, la democrazia è poter scegliere anche di fare a meno della democrazia. Gli elettorati in Europa spingono per sfarinare l’Unione e per rituffarsi nell’era del debito che nessuno pagherà. Gli elettorati decidono tutto, sacrosanto. Ma non è detto che gli elettorati abbiano sempre ragione. Anzi, ogni qual volta “strappano” sotto paura, rabbia e illusione poi sono guai grossi, molto grossi.

Ma analizzare, tanto meno ammonire, sui guai del possibile domani non ha senso per la gran parte delle opinioni pubbliche e per gran parte degli elettorati. Ormai ogni appuntamento elettorale in Europa insieme alle caratteristiche della democrazia delegata e partecipata porta anche i segni della jacquerie. Si definivano così nella Francia dei secoli scorsi gli assalti ai forni e ai palazzi della pubblica burocrazia dei contadini. Assalti di contadini (il nome Jacques, uno per tutti). Assalti che duravano un giorno, due, al massimo tre. Assalti per bruciare documenti, far sparire gli attestati di debito. E per arraffare il pane nel forno, il sacco di farina, il grano. Magari sfasciandolo il forno.