Papa Francesco, vendesse 2 mila miliardi di immobili…

di Pino Nicotri
Pubblicato il 1 giugno 2019 11:51 | Ultimo aggiornamento: 1 giugno 2019 11:51
 Papa Francesco, se vendesse un po' dei 2 milia miliardi di immobili...

Papa Francesco, se vendesse un po’ dei 2 milia miliardi di immobili…

Una delle due cose incomprensibili, e comunque sbagliate, del PD e di quanti si definiscono partiti di sinistra è l’entusiasmo per l’entrata a gamba tesa di Papa Francesco, del suo Segretario di Stato Pietro Parolin e dei vescovi italiani nella politica italiana quando hanno esortato, di fatto, a non votare Lega e Matteo Salvini nella recenti elezioni europee anche per il suo uso e abuso di simboli religiosi e per l’incredibile e  reiterato tirare in ballo la Madonna e il suo “cuore immacolato” (cos’è un cuore immacolato? E uno non immacolato? Mistero!), oltre che per politica dei porti chiusi in faccia ai migranti. Posizione, quella di Papa Francesco, ribadita a chiusura delle urne elettorali ancora calda ed exploit della Lega, quando ha criticato il motto salviniano “Prima gli italiani” contrapponendogli la regola cristiana “Prima gli ultimi”. E nessuno ha richiamato il Papa al suo dovere di distinguere tra cristiani e cittadini di uno Stato che la Costituzione definisce laico, e nel quale non vivono solo cattolici. 

Non per fare polemica “anticlericale”, ma se la Chiesa vendesse anche solo i suoi immobili ne potrebbe ricavare non meno di 2 mila miliardi di euro, con i quali potrebbe aiutare molti degli ultimi di cui parla Francesco considerandoli cristianamente primi. E’ infatti Il Sole 24 Ore, giornale specializzato in economia, che sei anni fa parlando della Chiesa rendeva noto che “il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2 mila miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti”.  

Se poi contiamo le opere d’arte e i vari tesori in oro e pietre preziose disseminati nei musei e nelle chiese del mondo i 2 mila miliardi nessuno sa quanti potrebbero diventare, certo molti di più: e permetterebbero un ulteriore trattamento da cristiani verso molti altri ultimi da considerare primi. 
Ma tralasciamo. Il fatto è che per dei partiti laici, che per giunta si definiscono di sinistra, il tenere ben distinta la politica dalla religione, e quindi dal Vaticano e dal papa, e il pretendere che tale distinzione la rispettino tutti, Vaticano e Papa compresi, dovrebbe essere un imperativo categorico. 

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 Oltretutto sorprende la mancanza di memoria e/o l’uso di due pesi e due misure da parte di tutti gli attori in causa, dal Papa al PD. Il Segretario di Stato Parolin ha dichiarato infatti:

“Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”.

Giusto! Però Parolin – e il PD, che del partito comunista italiano è almeno a chiacchiere una sorta di pronipote – dimentica che la Chiesa per decenni ha usato Dio come una mazza ferrata contro comunisti e affini arrivando perfino alla loro scomunica voluta da Pio XII il 1° luglio del ’49, misura mai adottata neppure contro i nazisti. E dimentica anche che in Italia esisteva il partito – di maggioranza e di governo permanente – della Democrazia Cristiana, il cui simbolo era una grande croce dipinta su uno scudo. Per essere più credibile e per segnalare che c’è una svolta strategica anziché solo il solito tatticismo, Parolin avrebbe dovuto almeno criticare l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa, e dai Papi, fino a tempi recenti. Parolin ha dimenticato anche come Papa Wojtyla, tenendo Dio non per tutti,  si sia speso contro il comunismo senza sosta e senza risparmio fino a contribuire al crollo dell’Unione Sovietica. Venendo in cambio elevato dalla Chiesa agli onori degli altari a tempo di record anziché essere criticato.

 Un vuoto di memoria, o un timore reverenziale fino alla paralisi e all’auto censura, c’è stato di recente anche quando Papa Francesco nell’aereo che lo riportava dal Brasile a Roma parlando coi giornalisti di gay e divorziati anziché attenersi alla usuale e antica condanna nei loro confronti ha sorpreso tutti esclamando:

“E chi sono io per giudicarli?”.

Giusto! Però sarebbe valsa la pena di chiedere a Francesco chi fossero allora i Papi suoi predecessori, che non si limitavano a giudicare perché condannavano anche. I predecessori che anche in tempi recenti hanno sempre vietato il divorzio, impedendo il risposarsi in chiesa e anche il ricevere la comunione. E i predecessori che nel Basso Medioevo i gay li mandavano al rogo al pari degli eretici, ai quali erano equiparati. Tema e domande peraltro già sollevate anni fa per esempio da don Vitaliano della Sala, parroco di S. Angelo a Scala, con una lettera, rimasta senza risposta, al cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa a Roma.

Questi cambi clamorosi di linea politica e religiosa, da parte di partiti e della Chiesa, se non sono supportati da una strategia che rinneghi il passato o almeno lo critichi pesantemente enunciando con chiarezza una linea nuova si riducono a trovate tattiche, opportunismi che lasciano il tempo che trovano. E c’è sempre il rischio gattopardesco che si tratti del solito tutto cambi perché non cambi nulla.

L’altra cosa incomprensibile, e profondamente sbagliata, è la gioia del PD e dei partitini vari “di sinistra” per il tracollo del M5S. Ma questo è un discorso che merita di essere fatto a parte. Anche perché per quanto condensato non può essere molto breve.

Visto che si parla di Papa Francesco, Vaticano e politica, c’è un’altra cosa che merita di essere trattata a parte: la politica di Papa Francesco nei confronti della Cina. Piccoli passi che sono grandi progressi rispetto la situazione precedente. E che tendono a rimettere assieme i primi cocci per riparare agli errori da elefante in un negozio di cristalleria commessi da Pio XII, il Papa convinto di poter trattare anche Pechino come fosse Roma e il colosso cinese come fosse il BelPaese.