Grecia se n’è già andata? Da tre mesi giù Pil, sciopero tasse e soldi all’estero

di Riccardo Galli
Pubblicato il 17 febbraio 2015 13:41 | Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2015 18:54
Grecia se n'è già andata? Da tre mesi giù Pil, sciopero tasse e soldi all'estero

Schaeuble “nazista” in una vignetta apparsa sul giornale di Syriza

ATENE – E se la Grecia fosse, in realtà, già persa? Persa per la moneta unica ma non solo, persa perché già oltre il punto di non ritorno dopo il quale le economie e gli Stati fanno ineluttabilmente default, bancarotta?

Se non ci fosse insomma ormai più nulla da fare, visto che da novembre ad oggi il Pil greco si è fermato, gli indici di fiducia sono crollati, nessuno investe o fa più affari in attesa di come va a finire? Se non ci fosse più nulla da fare perché l’annuncio di vittoria e poi la vittoria di Tsipras alle elezioni sono state interpretati in Grecia come un “tana libera tutti” per cui la tassa sulla casa gà non la paga più nessuno e in generale il gettito fiscale è bruscamente calato del 20 per cento? Se non ci fosse più da fare visto che i greci che hanno soldi in banca hanno portato all’estero 20 miliardi in poche settimane e proseguono al ritmo di due miliardi a settimana?

I miliardi di euro che hanno lasciato le banche elleniche da dicembre sono già una ventina, e l’emorragia continua al ritmo di circa 2mld a settimana. Il Pil di Atene poi, dopo essere stato per alcuni mesi tra i più in crescita del continente e dell’area euro, è tornato a contrarsi e le entrate per le esangui casse pubbliche si sono ridotte a causa dell’aumento dell’evasione frutto anche delle promesse del neo premier Tsipras.

In questi giorni ed in queste settimane si susseguono vertici ed incontri. A Bruxelles il nuovo governo greco chiede tempo e sconti mentre, ad Atene, l’Ocse studia le riforme che potrebbero essere la contropartita da presentare all’Europa. Da oltreoceano l’amministrazione americana preme, per quel che può, perché si arrivi ad un’intesa, preoccupata da un possibile avvicinamento di Atene a Mosca o Pechino in caso di rottura. Preoccupazioni, vertici ed incontri che rischiano, se già non lo sono, di arrivare però fuori tempo massimo.

“Da settimane – scrive Federico Fubini su Repubblica – i ministri di Grecia, Germania, Francia o i leader della Commissione e della Banca centrale europea non fanno che porsi le stesse domande: quanto ammorbidire gli obiettivi bilancio di Atene nei prossimi anni, come alleviare il peso del debito nei prossimi decenni. Nessuno di loro, almeno non in pubblico, menziona quello che con il passare dei giorni sta diventando l’ostacolo principale a un accordo: potrebbe già essere troppo tardi, o potrebbe diventarlo fra non molto. La Grecia in questi ultimi due mesi — si inizia a sospettare — forse è già arretrata verso un punto dal quale tornare indietro non sarà facile. Mentre i vertici a Bruxelles continuano ad andare a vuoto, la Grecia sta scivolando così indietro e così in fretta da rendere sempre più alto — per tutti — il costo di un compromesso. Le stime della correzione di rotta sul bilancio del 2015, quelle dei prestiti necessari a puntellare ancora una volta il capitale delle banche crescono con il passare dei giorni. Ormai oltre, forse, la disponibilità di entrambi i fronti a sopportare ancora”.

Passando dall’analisi ai fatti, la drammaticità, e forse l’irrimediabilità della condizione greca appare in tutta la sua evidenza. Mentre Syriza ed il suo leader Alexis Tsipras si avviavano alla conquista del potere ad Atene promettendo un cambio di rotta nella gestione dell’economia e dei rapporti con l’Europa, l’economia ellenica imboccava infatti quella che oggi potrebbe diventare la strada del non ritorno. Dopo anni di sacrifici anche drammatici, nei primi nove mesi dell’anno scorso la Grecia era tornata a crescere, e lo faceva ad un ritmo più alto di quello della Francia e molto più dell’Italia, mentre il deficit era stato inferiore a quello di entrambe e Bruxelles stimava per il 2015 un aumento di quasi il 3%, più di Spagna e Germania.

Era evidentemente solo l’inizio di un possibile percorso e di un’augurabile ripresa. Ma se il quadro dal punto di vista economico era ottimo, dal punto di vista sociale le difficoltà greche erano ancora del tutto irrisolte, e questo ha portato al successo di Tsipras.

Poi la crisi politica e con lei l’incertezza, nemica giurata dell’economia, e dopo ancora l’arrivo di Tsipras che certo non ha contribuito a rasserenare gli animi. Così tra novembre e gennaio gli indici di fiducia in Grecia fotografati dalla Commissione europea sono repentinamente crollati, da sopra a molto sotto le media dell’area euro (mentre salivano in tutto il continente). E dopo sei mesi di crescita al ritmo annuo del 2%, a fine anno il reddito nazionale si è contratto.

Come se non bastasse da dicembre molti greci hanno anche smesso di pagare le tasse, interpretando come una licenza per tornare ad evadere l’annuncio di Syriza sulla soppressione dell’imposta sulla casa. Secondo la stima fatta dall’ Economist, le entrate fiscali sono già crollate di oltre il 20%. E poi le banche che in due mesi hanno perso 20 miliardi di depositi, perché i cittadini ritirano i risparmi nel timore che il nuovo governo blocchi e tassi i loro conti.

Paradossalmente, oggi che sembra esserci una volontà comune in Europa a far sì che la Grecia rimanga nell’area euro, volontà figlia anche delle tensioni geopolitiche e del timore che Atene ‘passi’ sotto l’ombrello di Mosca, il rischio è che non ci siano più le condizioni economiche per far sì che questo avvenga.