Stipendi pubblici: non c’è “maltolto” e niente da risarcire

di Riccardo Galli
Pubblicato il 25 Giugno 2015 14:31 | Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2015 14:31
Statali

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ROMA – “Stipendi pubblici: restituite il maltolto!”. Nonostante la decisione delle Corte Costituzionale dica il contrario, il grido “ridateci il maltolto e risarciteci” non ha smesso di levarsi dai sindacati e dai lavoratori del pubblico impiego. Sono tre milioni e passa e si aspettavano una decisione come quella che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni. Ma si sbagliano, si illudono o vengono illusi. Nella decisione della Corte Costituzionale è ben chiaro e netto che non c’è nessun “maltolto” e quindi non ci deve essere nessun risarcimento.

La Corte Costituzionale sul blocco degli stipendi degli statali ha deciso che bloccarli quegli stipendi si può, si poteva. Solo il suo prolungarsi oltre un periodo ragionevole di tempo rende illegittimo il blocco. Prova ne siano altre sentenze della stessa Corte che hanno giudicato legittimi blocchi precedenti degli stessi contratti, blocchi di durata però più corta. La sentenza è costruita e poggia intorno al concetto e principio di “illegittimità sopravvenuta”, sopravvenuta appunto perché il blocco è stato dilatato nel tempo, appesantito dalla lunga durata fino a diventare qualcosa di diverso dal blocco e cioè una diminuzione strutturale della retribuzione. La Costituzione infatti garantisce una retribuzione atta ad una vita dignitosa. E se blocchi un contratto per dieci anni di certo metti a rischi la condizione economica dignitosa. ma in Costituzione non c’è il diritto al rinnovo biennale o triennale del contratto, questo se lo sono inventato i sindacati.

Con la sentenza quindi niente maltolto e risarcimento ma, dopo circa un lustro, gli stipendi dei dipendenti pubblici torneranno quindi a salire, grazie ad una nuova fase di contrattazione che ora si avvierà a breve. E che la Corte Costituzionale ha praticamente ordinato al governo di aprire. Subito, in maniera da avere nuovi contratti nel pubblico impiego a partire dal 2016. Questa la sentenza, la sua logica, la sua ratio, eppure, nonostante la decisione dei giudici lo renda impossibile, c’è chi chiede la restituzione di quanto ‘perso’, cioè non guadagnato, dall’introduzione del blocco ad oggi da parte dei dipendenti pubblici.

Sbaglia però chi lo chiede perché, come stabilito dalla Suprema Corte e come da questa deciso in precedenti sentenze, ad essere illegittimo non è il blocco in sé, tanto è vero che in passato gli stessi giudici lo hanno giudicato assolutamente legittimo. A non essere tale è, semplificando, la sua durata. Per questo i giudici costituzionali hanno deciso che, dalla pubblicazione della sentenza, e cioè dai primi giorni del prossimo luglio, dovrà aprirsi una nuova fase di contrattazione per porre fine all’ampiamente citato blocco.

Eppure, nonostante la chiarezza della sentenza, e i suoi precedenti che in realtà lasciavano presagire un simile pronunciamento, e non è un caso che già prima di questo il governo aveva manifestato la sua intenzione di riaprire la contrattazione dal 2016, c’è chi critica ed invoca la restituzione del ‘maltolto’. Ora una rapido sguardo alla Treccani on-line dice che il maltolto è “ciò che è stato ottenuto con mezzi illeciti, con estorsione, con violenza, con inganno”. Oltre ad essere quindi sbagliata semanticamente la definizione, visto che il blocco non è stato né illecito né violento, appare sbagliata e infondata anche la richiesta stessa.

La Corte, con la sua sentenza, ha infatti parlato di illegittimità “sopravvenuta”. Confermando più o meno indirettamente le sue sentenze precedenti nelle quali aveva stabilito che il blocco può essere temporaneo, ma non duraturo o permanente. Chi invoca la restituzione quindi di quanto non incassato, lo fa, dal punto di vista del diritto costituzionale, senza alcuna base.

Anche fuor di diritto però…Un po’ di storia e memoria: quando furono bloccati gli stipendi pubblici (lo fece Berlusconi ma poi anche Monti, Letta e Renzi) non fu solo per risparmiare. Fu anche per perequare un po’: allora, sei anni fa, gli stipendi pubblici erano in media superiori a quelli dei lavoratori privati e, soprattutto, crescevano più in fretta e in maniera sostanzialmente automatica. Il blocco infatti, val la pena ricordare, fu introdotto nel 2010 per far fronte alla nascente e dirompente crisi economica. E tutte le forze politiche lo hanno sottoscritto, lo introdusse Berlusconi, lo confermò Monti, lo tenne Letta e nemmeno Renzi vi ha messo mano. E senza sottolineare che allora le retribuzioni medie dei dipendenti pubblici erano più alte di quelli privati.

Un po’ di paradosso, ma neanche tanto. Se i dipendenti pubblici dovessero essere risarciti di quanto non percepito seguito di ipotetici aumenti contrattuali, se andassero risarciti di quel che hanno avuto in meno rispetto alle loro aspettative, chi e come risarcirà il milione di dipendenti privati che negli stessi anni ha perso il lavoro? Tutti riassunti in base alla stessa distorta logica e riassunti da chi? E chi risarcirebbe i commercianti dei mancati introita da calo dei consumi? Chi risarcirà gli italiani tutti del fatto che l’Italia tutta negli ultimi anni è stata meno ricca o più povera se preferite?

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