Berlusconi, Fini, Casini, Bossi: “l’ex fascista”, il “papalino” e il “padano cinico” di fronte al “problema tycoon”

Mino Fuccillo
Pubblicato il 13 Dicembre 2010 16:12 | Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre 2010 16:19

Umberto Bossi, Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini

Erano da poco passate le nove di mattina del 13 dicembre e nell’aula del Senato Berlusconi dice: “Oggi non è in gioco la persona del presidente del Consiglio ma…”. Frase dovuta, istituzionale. Ma frase bugiarda nei fatti prima ancora che nella mente di chi la pronunciava, Berlusconi poteva anche sentirsi ed essere convinto di essere sincero, ma ciò che “è in  gioco” è proprio la “persona del presidente del Consiglio”, anzi praticamente solo quello. Non è certo in gioco un cambio di maggioranza: Fini e Casini farebbero festa grande e assoluta se potessero fare un altro governo di centro destra. Neanche si sognano di allearsi con la sinistra. Vorrebbero la destra e il centro a governare l’Italia, ovviamente Pdl e Lega compresi. E’ il loro sogno e, se falliscono, il loro fallimento consiste nel fatto che centro destra continua ad essere sinonino di Berlusconi. Di Berlusconi non si fidano, anzi lo considerano un guaio per il centro destra: è la “persona” che contestano e rifiutano: la “persona” diventata l’incarnazione obbligatoria del leeder del governo e del centro destra. Una persona che ancora nel suo ultimo discorso alle Camere si compiace di essere un “tycoon”, cioè un potente fuori scala politica. Uno che si narra come capace di leggere nel “cuore democratico di Putin”, uno che, parole sue “incute rispetto e ammirazione”. “Incute” e non induce e non è un laspus, è una precisa scelta semantica e culturale. Uno che, per dirla con Fini, pensa “governare sia comandare”. Uno che, per dirla con Casini, “se fosse vero e credibile il suo appello alla responsabilità, si sarebbe dimesso alla fine del suo discorso per consentire la formazione del governo che serve all’Italia”.

Fini e Casini con Berlusconi hanno governato, lo conoscono bene. Tanto bene da voler entrambi “liberare” il centro destra da Berlusconi. Ma anche di Fini e Casini si può diffidare, la credibilità dell’uno può essere appesantita dalla sua lunga anche se antica milizia neo fascista e dai 14 anni di collaborazione gregaria e in fondo silente proprio con Berlusconi, la credibilità dell’altro può essere gravata dall’accettata natura “papalina” del suo partito, le cronache di questi giorni hanno registrato senza sorpresa alcuna, come fosse la cosa più ovvia del mondo, la pressione vaticana sull’Udc perché non  frequenti cattive compagnie laiche. Ma, se anche e perfino “l’ex fascista” e il “papalino” pongono la “questione tycoon”, se anche e perfino loro non ne possono più? Allora un “problema persona” c’è.

Senza sapere quello che dicono sempre i cronisti sportivi del calcio dicono che una squadra è “cinica” quando sfrutta le occasioni in area di rigore per fare gol e manca di “cinismo” quando le spreca. Non sanno quel che dicono e confondono “cinismo” con efficienza e determinazione. Cinismo è altra cosa: è supporre che la versione peggiore del possibile sia in fondo la versione reale. Quindi cinicamente suponiamo che Fini e Casini “non ne possano più” per calcoli e manovre di bassa politica e non perché abbiano misurato e sperimentato l’anomalia democratica incarnata da Berlusconi. Andiamo allora da un “padano cinico”, cinico davvero: Bossi. Da molto tempo Bossi accetta e sostiene Berlusconi come l’unico che gli garantisca una politica e una legislazione “nordiste”. Nell’area di governo da tempo la Lega fa regolarmente “gol”. Per questo si tiene Berlusconi e continua a tenerselo. Ma anche la Lega a suo modo e con tempi che si fanno via via più stretti sente l’incombere della “questione tycoon”. Se e quando si andrà ad elezioni, dopo il voto la Lega, se premiata dal voto, proverà ad avere altro premier che non sia Berlusconi. Comincia a non “poterne più” anche la Lega di un premier che resta tale con una maggioranza che non fa leggi e non fa governo. Contrariamente a quanto ha detto il premier, ciò che è in gioco è proprio se non esclusivamente lui, la sua persona pubblica, non certo quella privata. Ed una singolare e allarmante circostanza quella per cui un paese intero che lamenta la degenerazione del costume pubblico, il travisamento e lo scadimento della res publica, della cosa pubblica debba attendere dagli alleati di ieri e di oggi di Berlusconi, insomma dalla destra politica e sociale, che questi chiamino le cose con  il loro nome e provino o meditino di rimuovere il “problema tycoon”. Un paese che si vuole “cinico” ma, come i cronisti sportivi, non sa cosa dice: paese pavido, altro che cinico.