Fratelli d’Italia? Fratellastri d’Italia: spaccature fra Meloni, Crosetto e La Russa

Fratelli d'Italia? Fratellastri d'Italia: spaccature fra Meloni, Crosetto e La Russa
Fratelli d’Italia? Fratellastri d’Italia: spaccature fra Meloni, Crosetto e La Russa (LaPresse)

ROMA – Fratelli d’Italia? No, “fratellastri d’Italia”, come titola il Giornale con un articolo di Gian Maria De Francesco, che parte da “quei maledetti 60 mila voti“, quelli che sono mancati al partito di Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto per raggiungere la soglia del 4% alle ultime elezioni europee.

La prima reazione, dopo il risultato del 25 maggio, è stata quella di guardare il bicchiere mezzo pieno: il 3,7% ottenuto alle europee di maggio 2014 è quasi il doppio dell’1,9% preso alle politiche del febbraio 2013. Un partito che prende una percentuale doppia dopo soli quindici mesi è un partito in crescita.

Ma poi è venuto il momento del bicchiere mezzo vuoto: lo spazio lasciato a destra da Forza Italia era tanto e l’impressione è che non è stata sfruttata l’occasione.

Così è cominciata l’analisi dei problemi di Fratelli d’Italia. Innanzitutto la poca compattezza, mascherata dall’onnipresenza del “brand” Giorgia Meloni. Nel partito confluiscono tre anime, delle quali due facenti capo ad Alleanza Nazionale, che è presente come “radice” nel simbolo così come lo era il Pci nel simbolo del Pds. Ma ce n’è una terza che ha come riferimento Guido Crosetto, composta da liberali provenienti da Forza Italia.

Inoltre, le due componenti An si distinguono fra una più di destra sociale, vetero-missina, che guarda alla destra extraparlamentare (Giorgia Meloni e il capogruppo alla Camera Fabio Rampelli) e un’altra che cerca la sponda con Forza Italia (Ignazio La Russa e Gianni Alemanno).

La componente “larussiana” rinfaccia ai “rampelliani” di non aver candidato alle europee

tutti i big in modo da garantirsi un cuscinetto di voti. Insomma, Fdi sarebbe stata troppo «rampelliana» senza nemmeno sfruttare l’effetto-nostalgia della vecchia fiamma nel simbolo. Risultato che, secondo voci di corridoio, sarebbe imputabile anche ad alcune divisioni a livello locale nel Centro-Sud dove Fdi è più forte.

Ma proprio quei maledetti 60mila voti in meno raccontano che è stato commesso un altro errore di marketing politico. Fdi, infatti, è stato uno dei primi partiti a scagliarsi contro l’austerity e contro l’euro. Ma, per un motivo o per un altro, su questi due temi la formazione ha perso visibilità, sorpassata a destra dalla Lega di Matteo Salvini, che addirittura ha costruito un rapporto privilegiato con Marine Le Pen che viene dallo stesso fronte politico degli ex missini. Quanto alla protesta, contro un tribuno come Beppe Grillo e i suoi 5 Stelle forse si poteva fare di più.

Nonostante l’originaria vicinanza ultimamente, secondo fonti bene informate, Rampelli avrebbe in qualche modo preso le distanze da Meloni ritenuta troppo disponibile alle mediazioni politiche. Perché adesso il vero tema è «Che fare?». Non che Fdi sia senza prospettive, tutt’altro: il gazebo per le primarie di coalizione a luglio ha riunito tutti i principali esponenti di centrodestra. E proprio qui è il problema: Crosetto vorrebbe un partito più «liberale» e, anche per questo, assieme ad Alemanno dialoga con la componente «eterodossa» di Fi guidata da Raffaele Fitto. C’è, però, chi come Massimo Corsaro vorrebbe tagliare i ponti col berlusconismo. E chi, come Ignazio La Russa, vorrebbe che fossero fissati preventivamente paletti programmatici e valoriali prima di sedersi a parlare di centrodestra perché è inutile fare le coalizioni se poi della Lega non ci si può fidare.

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