“Italiani brava gente razzista”: il pugno in faccia del Vaticano

Pubblicato il 11 Gennaio 2010 - 17:30 OLTRE 6 MESI FA

Scene dalla prima guerra etnica in Italia

Italiani, brava gente razzista: qualcuno finalmente si è assunto la responsabilità di scriverlo, anche se non in prima pagina. Lo si legge sull’Osservatore Romano, quotidiano della santa Sede, in un articolo pubblicato nelle pagine culturale a firma di Giulia Galeotti. Una pubblicazione che non può essere casuale. Una constatazione più che una predica. Qualcosa comunque che interrompe lo schizofrenico coro con cui l’intero paese si proclama non razzista mentre la gente dà in Calabria la caccia al nero e la maggioranza della pubblica opinione è certa che gli stranieri siano troppi, molesti e nocivi.

“Odio selvaggio verso un altro colore di pelle…credevamo di averlo superato…disprezzo che si fa gesto concreto…nella nostra storia non abbiamo mai brillato per apertura, dal Nord in giù”. Sono frasi dell’articolo dell’Osservatore, ma la sostanza, la dura sostanza dello scritto non è nella condanna dei fatti di Rosarno, è nel vedere e rintracciare una coerenza e una costanza storica nel razzismo italiano tanto praticato nei fatti quanto rimosso nella immagine e percezione che gli italiani hanno e danno di se stessi.

Scrive il quotidiano cattolico che i giornalisti che i “cacciatori di neri” chiamano “tutti comunisti” stavolta “non hanno esagerato” nè hanno generalizzato un singolo caso di cronaca, un coro da stadio, un insulto per strada, in treno o in autobus. Stavolta il razzismo è di massa, di popolo, naturale e genuino. Difficile da percepire per il contemporaneo come tale, ma razzismo, di cultura e di intenti. Oggi, a settanta anni di distanza, per chi guarda un documentario sui giorni degli anni Trenta nei quali l’Italia varò leggi razziali risulta incomprensibile o quasi come la società di allora potesse accettare tutto sommato senza scossoni il “razzismo di Stato”. Tra qualche decennio, molto meno di sette, potrebbe risultare altrettanto incomprensibile come l’Italia abbia potuto accettare una robusta quota di razzismo nella sua “costituzione materiale”.