Senato, sfiorata rissa Pd-M5s a fine seduta. Caos dentro e fuori dall’Aula

di redazione Blitz
Pubblicato il 30 Luglio 2014 1:14 | Ultimo aggiornamento: 30 Luglio 2014 1:14
Senato, sfiorata rissa Pd-M5s a fine seduta. Caos dentro e fuori dall'Aula

Senato, sfiorata rissa Pd-M5s a fine seduta. Caos dentro e fuori dall’Aula

ROMA – Rissa sfiorata al Senato al termine della seduta notturna sulle Riforme tra senatori del Pd e del M5s. Il dibattito in Aula si è concluso, con il voto e la bocciatura di soli cinque emendamenti alle riforme, a causa dell’ostruzionismo delle opposizioni. Ma a fine seduta, nei corridoi e nelle sale di Palazzo Madama, democratici e grillini sono quasi venuti alle mani. Poi separati grazie all’intervento di altri colleghi e dei commessi. I lavori riprenderanno mercoledì alle 9:30.

Corollario di una giornata già carica di tensioni. Durante la seduta il clima si era fatto rovente per gli interventi dei senatori del M5s contro gli esponenti del Pd, tanto che il capogruppo dem Luigi Zanda aveva protestato con il presidente Pietro Grasso: “Questa seduta è servita solo per farci insultare”.

All’uscita è stato preso di mira dai senatori grillini soprattutto il sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti, già oggetto di attacchi verbali nel corso dell’assemblea. In sua difesa sono intervenuti alcuni senatori del Pd e ne è nato uno scontro verbale, che si è protratto nella sala Mazzini e nella sala Garibaldi, antistanti all’uscita dell’Aula.

I toni di entrambe le parti sono via via cresciuti e quando i senatori dei due schieramenti sono arrivati ad avvicinarsi fisicamente, percorrendo il corridoio dei busti, si è sfiorata la rissa, evitata grazie all’intervento di altri parlamentari dei due stessi partiti e di alcuni commessi che si sono frapposti.

Si è conclusa così una giornata già caratterizzata dalla rottura delle trattative, quando la mediazione proposta dai dissidenti Pd per sgombrare i binari delle riforme dall’ostruzionismo, si è infranta sul no di Sel. E l’Aula del Senato si è trasformata in una trincea. Una battaglia emendamento su emendamento, ci si sfida a colpi di regolamento e ci si scambia accuse pesanti.

“Sel non si piega ai ricatti del governo”, proclama Nichi Vendola. E il Pd, che assicura a sua volta di non voler cedere al “ricatto” dell’ostruzionismo, minaccia la fine dell’alleanza politica. M5S e Lega sono con Sel sulle barricate, mentre il presidente Pietro Grasso a fatica fa procedere le votazioni. Che si possa concludere entro l’8 agosto è ormai quasi improbabile: “Si va avanti, anche dopo”, assicura il governo. Ma Matteo Renzi entra a gamba tesa sui senatori frenatori: “Perdono tempo per paura di perdere la poltrona”. Poi, in serata, dice ai suoi: “Andiamo avanti determinati”.    

La mattinata era cominciata sotto buoni auspici. “Ieri siamo andati a dormire con un accordo fatto”, aveva detto il sottosegretario Luciano Pizzetti. Al termine di una riunione con i ‘frondisti’ della maggioranza e i partiti di opposizione, Vannino Chiti sembrava aver registrato un’intesa attorno alla sua mediazione. Una proposta di metodo: cancellare gran parte degli emendamenti, enucleare i temi del confronto (Senato elettivo incluso), votare gli emendamenti rimasti entro l’8 agosto, per poi aggiornarsi a settembre per il voto finale.    

A inizio seduta Chiti si alza a formulare la sua proposta, a nome dei dissidenti della maggioranza, e il capogruppo Pd Luigi Zanda plaude. A quel punto Pd e governo si aspettano (da “copione”) che Sel prenda subito la parola per dire che accoglie la mediazione. Ma così non accade. Interviene FI per dire che non ha nulla in contrario alla proposta Chiti, purché si resti nell’alveo del Patto del Nazareno. Lega e M5S dicono che per loro non c’è “nessun accordo”. E solo dopo si alza la capogruppo di Sel Loredana De Petris ma per scandire un secco e perentorio no: il Patto del Nazareno è un “convitato di pietra”, dice, e Sel ha “amplissima disponibilità” al confronto ma non si accontenta di “una settimana in più”.    

A quel punto  Zanda proclama che la mediazione è fallita. Il Pd neanche vorrebbe la convocazione dei capigruppo, ma Grasso acconsente alla richiesta dell’opposizione e mette sul tavolo una estremo tentativo di  mediazione: accantonare i primi due articoli del testo, quelli che contengono i nodi più spinosi, per avere più tempo per cercare un’intesa. Ma per governo e maggioranza non ci sono più margini. A maggior ragione dopo che Nicola Fratoianni, in una conferenza stampa di Sel, proclama che “non è ricevibile” il “ricatto” di Renzi che chiede di ritirare gli emendamenti ostruzionistici mentre “continua ad offendere”.    

Dopo una lunghissima mattinata e una riconvocazione della capigruppo, Grasso alle 15 in Aula comunica “con rammarico” che la mediazione è fallita. E si riprende a votare dove si era interrotto, praticamente dall’inizio. Con davanti una mole di 8000 emendamenti da smaltire. E subito il concreto pericolo che l’intera riforma (e forse lo stesso governo) salti sotto i colpi dei franchi tiratori, se Sel riuscisse a far votare un suo emendamento per il Senato elettivo con il voto segreto.    

Il compassato emiciclo di Palazzo Madama diventa una polveriera. Grasso tiene il punto: farà votare a scrutinio segreto, come annunciato, solo le parti degli emendamenti che riguardano le minoranze linguistiche. “Non si può, non si può”, gridano in coro da stadio M5S, Lega e Sel. Per tre ore va avanti un lungo braccio di ferro a colpo di tattiche d’Aula: emendamenti ritirati, sottoscritti, votati per parti separate. Poi si vota. Viene approvata quasi all’unanimità una proposta Pd sulla parità di genere, mentre col voto segreto viene bocciato un emendamento Sel sulle minoranze linguistiche. A voto palese, invece, vengono bocciate le proposte di Sel per la riduzione dei deputati e per il Senato elettivo. A quel punto Grasso fa scattare il “canguro”, la norma per cui bocciato un emendamento si considerano preclusi tutti gli emendamenti analoghi. E così “saltano” in un colpo solo 1400 emendamenti all’articolo 1 e , secondo il Pd, anche quelli sul Senato elettivo.    

“Con calma, andremo avanti”, anche dopo l’8 agosto, “perché gli italiani ci hanno chiesto di cambiare”, ostenta tranquillità il ministro Boschi, mentre tra le fila del governo si commenta lo scampato pericolo. “Discutiamo ma non ci facciamo ricattare” dall’ostruzionismo, torna a ribadire Renzi: “Le sceneggiate di oggi dimostrano che alcuni senatori perdono tempo per paura di perdere la poltrona”. “Il canguro funziona, siamo a una quarto degli emendamenti, andiamo avanti determinati”, commenta  in serata con i suoi.

Mentre ci pensa il sottosegretario Luca Lotti a mandare un avvertimento a Sel: quanto avvenuto oggi “preclude ogni alleanza futura”. Con inevitabili conseguenze sulle alleanze in quelle Regioni dove, nelle prossime elezioni locali, il ruolo di Sel potrebbe non essere più abbinato a quello dei democratici.