“Fair play, il piano di Platini che non ha funzionato”, Luigi Pisapia sul Fatto

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Novembre 2013 9:29 | Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2013 9:30
Michel Platini

Michel Platini (LaPresse)

ROMA – “Il fair play finanziario non è un’iniziativa unilaterale del presidente Uefa, ma uno sforzo congiunto di tutti i portatori di interesse del calcio europeo: club, leghe, federazioni e anche enti politici in Europa. Si tratta di un’iniziativa pensata per regolamentare il sistema finanziario nel calcio dopo anni di perdite sempre maggiori – diceva Platini nel luglio scorso -. Non vogliamo uccidere i club: vogliamo lavorare insieme e creare un ambiente sano e sostenibile per loro e per il calcio europeo. Come vediamo da queste cifre, le nostre misure funzionano bene”.

Prima l’allargamento della Champions League a 76 squadre, poi l’introduzione del Fair Play Finanziario, promettendo che così anche le piccole squadre avrebbero avuto la possibilità, se non di vincere, almeno di lottare fino in fondo. E invece, guardando oggi le classifiche dei gironi, si scopre che a qualificarsi con un turno d’anticipo sono sempre le solite, le più ricche: dal Real Madrid al Bayern Monaco, dal Chelsea al Manchester United, dal Psg al Manchester City e al Barcellona. Per non parlare di come queste squadre hanno passato il turno. Numeri impressionanti, che oltre che certificare la crisi del calcio italiano, dimostrano che in Europa la sperequazione tra grandi e piccole è oramai diventata insanabile. E il Fair Play Finanziario? Dissoltosi come neve al sole, lentamente e senza lasciare tracce.

Scrive Luigi Pisapia sul Fatto Quotidiano:

Il fair play finanziario, introdotto da Platini da poco eletto presidente della Uefa nel 2009, lo stesso anno dell’allargamento della Champions, dovrebbe entrare in vigore quest’estate basandosi su un semplice principio: una squadra non può spendere più di quello che guadagna. In esame sono presi i bilanci delle stagioni 2011/12 e 2012/13 e un club tra costi e ricavi non può avere un negativo di oltre 45 milioni, né tantomeno avere passivi ripianati della proprietà. Sono considerati guadagni ‘puliti’ gli incassi derivanti da botteghino, diritti tv, merchandising, sponsor e vendita dei giocatori, e non sono conteggiate alcune spese, come quelle per le infrastrutture e lo sviluppo del settore giovanile.

La pena per chi non rispetta queste regole arriva fino all’esclusione dalle competizioni europee. Già in partenza si capisce come questa norma sia uno specchietto per le allodole, se a contare è il disavanzo (già di per sé elevato) e un ricco spende come tale e un povero pure, il povero non sarà mai uguale al ricco. A meno che, uno sceicco non compri una squadra e la faccia diventare ricchissima giusto un attimo prima che entrino in vigore le regole, come ha fatto il Psg acquistato dalla Qatar Investment Authority che in tre anni si è portato a casa Pastore (43 mln), Lavezzi (31), Ibrahimovic e Thiago Silva (62), Cavani (64), Marquinhos (35) e altri campioni strapagati.

Sarà un caso che del padrone del Psg, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, sia buon amico proprio monsieur Platini, il cui figlio Laurent da qualche anno lavora proprio per i qatarioti? Anche perché altrimenti non si spiega come tutte le infrazioni della società parigina al Fair Play non siano mai state prese in considerazione. L’esempio del Psg è utile poi anche per comprendere quali facili trucchi possano essere usati per evitare le sanzioni.

Il Psg nel dicembre 2012 ha stipulato un accordo retroattivo di sponsorizzazione con la Qatar Tourism Authority per 200 milioni l’anno, e non serve Sherlock Holmes per legare questo sponsor alla stessa proprietà. Le maglie della legge sono così larghe che se un padrone non può ripianare le perdite del club, lo può far sponsorizzare a prezzi fuori mercato da una società amica. (…)

E quando l’Arsenal – società più importante che per il nome del suo stadio da un’altra compagnia aerea degli Emirati prende dieci volte di meno – ha denunciato il fatto alla Uefa, si è sentito rispondere che non c’era irregolarità. Lo stesso City sta poi costruendo una cittadella dello sport al modico prezzo di 140 milioni, ospitando anche il settore giovanile per scaricare i costi dal negativo di bilancio preso in esame dal Fair Play, senza che nessuno si chieda quanto hotel e piscine servano a promuovere il calcio piuttosto che nuovi guadagni.

Oltre a sponsorizzazioni mascherate e investimenti truccati ci sono anche colpi di genio: il Trazbonspor approfittando del fatto che la norma non conteggia le spese per le infrastrutture, sta costruendo una centrale idroelettrica sulle rive del Mar Nero al costo di 50 milioni, contando di ricavarne almeno 10 ogni anno. (…)

Finora le uniche squalifiche erroneamente attribuite alla norma Platini hanno interessato solo piccole squadre che non hanno pagato stipendi o fornitori, un’antica regola da sempre in essere che la nuova legge ha semplicemente sussunto. Se i debiti del calcio europeo lo scorso anno ammontavano a 1,7 miliardi e quest’anno sono scesi a 1,1 miliardi, l’unico merito di Platini è che le società di calcio hanno trovato delle ottime scappatoie per truccare i bilanci. E dato che i club che arrivano almeno agli ottavi di Champions guadagnano dai 30 ai 50 milioni a testa, e siccome ancora una volta a passare sono le solite grandi squadre, la forbice tra ricchi e poveri nel pallone è destinata sempre più ad allargarsi. Alla faccia del fair play, inteso come equità.