Pd attacca, Cancellieri in bilico; Berlusconi: rassegna stampa e prime pagine

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Novembre 2013 8:39 | Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2013 8:40
corriere

Corriere della Sera

ROMA – Pd e giudici, Cancellieri in bilico. Il Corriere della Sera: “Il Guardasigilli Cancellieri in bilico per la vicenda delle telefonate alla famiglia Ligresti. Oggi i pm decidono se indagarla. «Senza appoggio, lascio». Renzi: si dimetta.”

Renzi spinge: Cancellieri deve lasciare. Ma il centrodestra: resti al suo posto. Leggi l’articolo a firma di Alessandro Trocino:

“«Se fossi il segretario, andrei ai gruppi e direi: ragazzi, con questa qui non si regge». Matteo Renzi interviene ancora sul caso di Annamaria Cancellieri. E lo fa chiedendo le sue dimissioni, anche se è pronto ad adeguarsi alle decisioni del partito. La linea sarà decisa domani sera: l’assemblea democratica precederà di qualche ora il voto di sfiducia, previsto per mercoledì alla Camera, sulla base della mozione presentata dai Cinque Stelle.

Il centrodestra pare compatto. «Noi siamo garantisti — dice Renato Brunetta —. Sulla pelle del ministro si sta facendo una gazzarra indegna». Angelino Alfano è in scia: «Sono convinto che non debba dimettersi». Ma il nodo resta nel Pd. Le ultime notizie hanno aggravato le difficoltà politiche del ministro. E le parole di Stefano Fassina, viceministro dell’Economia, pesano: «Il rapporto con la Cancellieri si è incrinato». La speranza di molti è che il ministro faccia un passo indietro, togliendo il Pd dall’imbarazzo. Lo conferma Fassina: «Il ministro valuti attentamente il da farsi».

Tra i primi a premere per una presa di distanza forte dalla Cancellieri c’è Renzi. Che era intervenuto clamorosamente a «Servizio Pubblico» (dopo il discorso del ministro alle Camere), per dire che era «inaccettabile che il caso Cancellieri» fosse finito così. Ieri, ospite da Fabio Fazio, Renzi ha ribadito: «Secondo me, si deve dimettere. L’ho detto e lo ripeto. Sin dalla prima telefonata, si intrecciano in questa vicenda una serie di messaggi per cui sembra che la legge non sia uguale per tutti. Un meccanismo atroce». E ancora: «La Cancellieri è una persona molto seria ma ha sbagliato: sono convinto che prima della mozione dovrebbe fare un passo indietro». Cadrà il governo, chiede Fazio. «Ma no, perché dovrebbe, siamo qualcosa di più del suo destino. E poi non basta uno starnuto per far cadere un governo».”

«Quel reato non esiste» L’idea di dimettersi per il clima insostenibile. Leggi l’articolo a firma di Giovanni Bianconi:

Informata dai giornali che forse sarà indagata per il reato di «false informazioni al pubblico ministero», il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri continua a mostrarsi incredula per quel che sta accadendo intorno alla testimonianza resa al procuratore aggiunto di Torino il 22 agosto scorso. Irritata per come la matassa si stia di nuovo ingarbugliando. «Sono stata io a informare il magistrato dei colloqui telefonici con Antonino Ligresti, loro non se sapevano ancora niente — ripete a chi le ha parlato in una domenica che immaginava tranquilla, e invece non lo è stata affatto —. Che senso avrebbe avuto svelare quei contatti e mentire sulla chiamata fatta o ricevuta? O su una conversazione anziché un messaggio telefonico? Io non avevo nulla da nascondere, né allora né adesso. Ho detto e ripeto quel che mi ricordavo e ricordo, senza mai mentire».

Venerdì la Guardasigilli aveva incassato il rinnovato credito del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, ma nel fine settimana le rivelazioni vere e presunte sul «caso Cancellieri» hanno rianimato il dibattito interno al Pd. Con i candidati segretari schierati, chi più chi meno, per le dimissioni e uno di loro che annuncia la presentazione di una mozione di sfiducia. «Se il Pd ha deciso di fare una parte del congresso sul mio nome, allora la questione cambia; non posso consentire che sia messa in dubbio la mia correttezza per motivi interni a quello schieramento», medita il ministro. Tra domani e martedì i deputati del maggior partito di governo dovranno concordare una posizione; a quel punto Anna Maria Cancellieri deciderà il da farsi. Per ora ritiene di presentarsi comunque mercoledì a Montecitorio; se non per essere confermata nell’incarico, per andarsene prima di essere impallinata. Di sua volontà, magari dopo aver esplicitato qualche altra riflessione sugli avvenimenti degli ultimi giorni. Compresi i comportamenti del Pd e degli inquirenti torinesi. Dimissioni non per ammissione di colpa, insomma, ma per rivendicare una posizione divenuta incompatibile con la nuova situazione politica.

Telefonata tra il Cavaliere e Angelino Linea del dialogo fino alla decadenza. Leggi l’articolo a firma di Paola Di Caro:

Si sono sentiti anche ieri mattina, nel comune desiderio di «tenere buoni rapporti» per costruire, nel prossimo futuro, una coalizione competitiva per le elezioni. Per ora è difficile andare oltre: Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano si parlano, danno incarico ai rispettivi fedelissimi di usare toni civili, giocando di fioretto e marcando sì le differenze, ma senza arrivare allo scontro frontale.

Se ci riusciranno però è tutto da vedere. L’ex premier, sapendo quanto possa far male a Forza Italia e a lui personalmente l’accusa di «estremismo» lanciata dal nascente partito di Alfano (e da lui ieri ribadita al Tg1), non vuole che si cada nella trappola. Puntualizzare le proprie posizioni, anche duramente, sì. Passare per provocatori, no. Tanto che lui stesso, intercettato sabato sera a Roma in un ristorante ebraico a Roma, non ha avuto problemi a fare «i miei auguri» ad Alfano per la nuova avventura.

Ma la strategia del Cavaliere resta sempre la stessa: lasciarsi tutte le porte aperte per ottenere il massimo risultato possibile su quello che gli sta più a cuore, e poi eventualmente affondare il colpo. E lo snodo di ogni decisione resta quel voto sulla decadenza che spera ancora di poter rimandare almeno di qualche settimana, se le carte che attende dagli Usa e che dovrebbero permettergli di chiedere la revisione del processo Mediaset arriveranno in tempi rapidi e saranno prese in considerazione dal Pd per fermare le macchine di un voto che si annuncia scontato.

A credere in un evento del genere, sia in Forza Italia che nel Nuovo Centrodestra sono però in pochi. Per questo fra gli azzurri la voglia è quella di accelerare, per porre fine agli equivoci ed evitare anche che in questo clima da «vogliamoci bene» altri smottamenti possano avvenire sul territorio e in Parlamento rispetto a quelli già in corso o lo stesso Berlusconi tentenni pericolosamente.

L’ambulatorio dei raccomandati. Il Fatto Quotidiano: “Il 38 per cento ha la spinta. Più di uno su tre. Dalle showgirl a freccia alata, ma il paradiso è la politica.” Leggi l’articolo a firma di Emiliano Liuzzi:

Ci sono quelli che, come il senatore Carlo Giovanardi, arrivano a fare un elogio della spintarella. “Io a Modena”, spiega al Fatto Quotidiano, “ho il mio ambulatorio e più che altro è un ufficio raccomandazioni. Ma non ne vedo lo scandalo. Riesco a dare referenze a chi non ne avrebbe: aiuto il disoccupato e l’eventuale datore di lavoro”. Certo, e mantiene il suo personalissimo bacino elettorale. Non la pensano allo stesso modo le grandi aziende, multinazionali come Ikea e McDonald’s che a causa delle lettere di raccomandazione si trovano sull’orlo di una crisi di nervi. L’Ikea ha risposto pubblicamente all’assessore regionale che mandava le liste da assumere (“facciamo di testa nostra”) e McDonald’s ha risolto la questione con le selezioni di personale in piazza. Come dice al Fatto il direttore delle risorse umane del colosso della ristorazione, Stefano De-dola, esperienze in Galbani, Barilla e da dieci anni manager della multinazionale statunitense. “Per noi la spintarella non esiste. Ci provano, dai politici ai ristoratori, ma abbiamo fatto in modo che non funzioni così: i curricula arrivano on line, le selezioni del personale le facciamo in piazza. Anche perché dobbiamo fare tremila assunzioni nei prossimi tre anni e non abbiamo nessuna voglia di essere additati come quelli che assumono raccomandati. Siccome è già accaduto, salvo poi dover smentire, ci difendiamo dal vizio molto italico con la trasparenza. E cestiniamo la posta riservata alle spintarelle di questo o quello, del potente o dell’amico degli amici”.

Non è esente dalla spintarella l’università. C’è dentro fino al collo, mettiamola così. Un caso su tutti, quello di Maria Rita Lorenzetti, ex presidente Pd della Regione Umbria e allora presidente di Italferr, finita agli arresti per associazione a delinquere e corruzione nell’inchiesta sui lavori del passante Tav di Firenze. Il 3 settembre dello scorso anno Lorenzetti chiama la professoressa Gaia Grossi, ordinaria di Chimica generale all’università di Perugia e suo ex assessore alle Politiche sociali alla Regione Umbria. Comincia così una serrata serie di contatti telefonici. Obiettivo: raccomandare uno studente di Odontoiatria. Giustificazione: deve aprire uno studio a Terni. Il ragazzo deve superare al più presto un esame di patologia generale. E Lorenzetti si prodiga perché questo avvenga senza intoppi e senza troppi se. Ordinaria amministrazione (rossa) almeno dalle parti di Perugia. E non solo, ovviamente: ateneo che cerchi, grande raccomandatore che trovi.

Gaspari, il re d’Abruzzo – Il grande vecchio della raccomandazione in carta bollata portava il nome di Remo Gaspari, zio re’, come lo chiamavano in Abruzzo. “Lo facevo per scopi caritatevoli, senza mai nessun guadagno”, raccontò in una delle ultime interviste. Potente lo era: se Pescara ha un aeroporto lo si deve a Gaspari: un volo al giorno, destinazione Roma. Talvolta era lui unico passeggero. Ma parliamo del passato. Come l’ufficio di piazza San Lorenzo in Lucina, regno di Giulio Andreotti, dove smistava curricula e pizzini a favore dei raccomandati. Per non parlare di Bettino Craxi, grande occupatore di Rai e di tutta quella finanza salottiera della Milano che fu: craxiani, talvolta, lo erano interi consigli d’amministrazione. La Rai era craxiana. Lo erano giornalisti di intere redazioni e inviati poi diventati vicedirettori e direttori, anche in epoca berlusconiana.

Euro, spread e tassi d’interesse: dieci domande per la Merkel. Il Giornale: “L’egemonia della Germania e dei Paesi del Nord sta distruggendo le economie dell’Eurozona. Ora Letta deve battere i pugni al prossimo Consiglio europeo.” Leggi l’articolo a firma di Renato Brunetta:

“A Come risponde la Germania alla sanzione che la Commissio­ne europea le ha inflitto per aver superato il limite,tra l’altro def­i­nito ad hoc nel Six Pack e nel Fi­scal Compact , del 6% di surplus della bilancia dei pagamenti? Con l’unione monetaria,la Ger­mania ha beneficiato di un tas­so di cambio di fatto favorevole (euro sottovalutato rispetto al marco), che ha rilanciato il com­mercio con gli altri Paesi e le esportazioni, nella totale assen­za di politiche redistributive e di riequilibrio. Squilibri crescenti nella bilancia dei pagamenti per cui l’euro tedesco, contro ogni volontà e sogno, ha di fatto distrutto le economie europee. Da qui la multa, sia pur a scop­pio ritardato, della Commissio­ne europea. Come commenta Angela Merkel?

B Come si pone il sistema ban­cario tedesco rispetto agli stress test cui la Bce si accinge a sotto­porre gli istituti di credito dell’Eu­rozona? Ricordiamo come le banche tedesche abbiano al lo­ro interno rilevanti componenti di debolezza, che derivano dai comportamenti spericolati (ve­di il caso dei titoli greci) e da inve­stimenti sbagliati (in titoli tossi­ci), di cui, a dire il vero, mai si è co­nosciuta la reale consistenza.

C Perché la Germania non vuo­le l’unione bancaria? O meglio, perché la Germania vuole co­struire l’unione bancaria a pro­pria immagine (niente affatto virtuosa e piena di lati oscuri) e somiglianza? Perché Angela Merkel lavora per una vigilanza unica affidata alla Bce (come chiedono anche gli altri Stati), ma solo sulle banche di rilevan­za sistemica, e assolutamente no sugli istituti regionali? Non sarà perché nelle Lande­sbanken o nelle casse di rispar­mio – le Sparkasse – si annida la più alta opacità e la più alta com­pr­omissorietà tra credito e pote­re politico locale?

D Come spiega, la Germania, l’andamento degli spread negli anni della crisi? Un dubbio sor­ge spontaneo. Che la finanza privata tedesca,con l’appoggio implicito del proprio governo, abbia trasferito la crisi potenzia­le del suo sistema bancario sui Paesi più deboli dell’Eurozona, per riportare i rendimenti dei Bund sotto il 3% e che poi l’ope­razione abbia finito per sfuggi­re di mano?

E Perché all’inizio della crisi, in maniera del tutto inspiegabi­le, Deutsche Bank ha venduto ti­toli del debito sovrano greco e italiano, innescando un circolo vizioso sui mercati finanziari? Il rendimento dei Bund ha co­minciato a ridursi proprio a giu­gno 2011, quando in Germania le banche hanno iniziato a ven­de­re i titoli di Stato dei Paesi del­l’area euro in portafoglio, cre­ando un meccanismo che ha ge­nerato panico sui mercati. Ne è derivato un forte aumento del­la domanda di titoli decennali tedeschi, considerati l’unico bene rifugio in Europa. “