Sciopero Rai, l’urlo dei tecnici e dei precari: “Il nostro lavoro va salvato”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Giugno 2014 8:58 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2014 8:58
Sciopero Rai, l'urlo dei tecnici e dei precari: “Il nostro lavoro va salvato”

Sciopero Rai, l’urlo dei tecnici e dei precari: “Il nostro lavoro va salvato”

ROMA – Teatro delle Vittorie: chi non l’ha mai sentito, non ha mai guardato RaiUno. Da qui riprendevano immagini di trasmissioni pionieristiche, un po’ ribelli e un po’ ipocriti, adesso conduttori milionari giocano con dei pacchi milionari. E qui dentro, sublimazione di un servizio pubblico arreso a se stesso, tornano i sindacati e tornano i precari.

All’ingresso selezionano i curiosi: i giornalisti sono ammessi con qualche fatica per la capienza. Susanna Camusso e Luigi Angeletti vogliono domare un pubblico che non ha bisogno di domatori, e capisce che quest’azienda sciagurata, sventrata dai partiti, espelle e inghiotte sprechi enormi con leggerezza di stomaco.

Scrive Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano:

Quando le sette sigle di viale Mazzini, compresi i giornalisti di Usigrai, hanno annunciato lo sciopero, i montatori a partita iva o i collaboratori a progetto non erano né entusiasti né spaventati. Dicevano: adesso ci ascolteranno. Ora che i vertici, i dirigenti e i diplomatici – un sacco di gente che sopravvive fra palazzo Chigi e viale Mazzini – hanno abbondato il campo per improvvisa e sopraggiunta convenienza, i più deboli restano isolati. Quelli che temono le conseguenze di una botta da 150 milioni, quelli che tremano se il dg Luigi Gubitosi dichiara sibillino che “il perimetro va ridefinito” e non esclude licenziamenti.

QUANDO LA CAMUSSO depone il microfono, i faretti accesi con imperizia sulle scatole di plastica con le scritte “Campania” e “Basilicata” si girano verso il pubblico e un paio di dipendenti prendono la parola, e fanno la stessa, identica premessa: “Questa azienda può tagliare un sacco di cose, non possiamo difendere la cattiva amministrazione, ma i posti di lavoro, le risorse interne e i piloni Rai Way vanno salvati”. Un ragazzo, quasi dieci anni con un contratto a tempo determinato, consiglia di eliminare una comunità molto folta: “Sapete che buttiamo via milioni di euro per nani, ballerine e consulenti?”. E ancora: “Quello che più avvilisce – dice un programmista regista che lavora in Rai da 35 anni – è l’immagine che stanno dando di noi all’esterno, di persone insensibili alle necessità del Paese. Noi siamo madri e padri di famiglia, molti di noi hanno sempre denunciato gli sprechi, è lì che bisognerebbe tagliare e non vendere le torri di Rai Way, sarebbe come vendere i binari della ferrovia”. Il rifugio di uno sciopero, il rifiuto a un dialogo, non appassiona i dipendenti Rai. Ma la repentina fuga di chi detiene il potere – anche dei sindacati interni – scatena pensieri impuri: e se desistere fosse una mossa per garantirsi la sopravvivenza? Chi ha mobilitato i 13.000 in organico a viale Mazzini e adesso li sta per abbandonare, non ha valutato che basta un tecnico per non mandare in onda un varietà.