Dieta chetogenica, mediterranea o vegetale: a parità di chili persi, quale migliora di più la salute metabolica? (blitzquotidiano.it)
Dimagrire non significa soltanto vedere scendere il numero sulla bilancia. Per chi soffre di obesità, prediabete o accumulo di grasso nel fegato, conta anche capire come la perdita di peso influisca sulla capacità dell’organismo di gestire il glucosio, rispondere all’insulina e metabolizzare i grassi.
È proprio su questo aspetto che si concentra un nuovo studio clinico pubblicato sulla rivista Cell Metabolism, che ha confrontato tre modelli alimentari molto diversi: la dieta chetogenica, la dieta mediterranea e un’alimentazione vegetale a basso contenuto di grassi.
Il risultato è interessante: dopo aver perso una quantità simile di peso, i partecipanti che seguivano la dieta chetogenica hanno mostrato miglioramenti più marcati in diversi indicatori della salute metabolica, soprattutto per quanto riguarda il grasso accumulato nel fegato e la sensibilità epatica all’insulina.
Questo, però, non significa che la dieta chetogenica sia necessariamente la scelta migliore per tutti. Lo studio ha coinvolto un numero limitato di persone, è durato pochi mesi e ha previsto condizioni alimentari molto controllate. I risultati offrono quindi nuove indicazioni sui possibili effetti della composizione della dieta, ma non bastano a stabilire quale regime alimentare sia più adatto nel lungo periodo.
La ricerca ha coinvolto adulti con obesità, prediabete e steatosi epatica, cioè un accumulo eccessivo di grasso nel fegato. Si tratta di condizioni spesso associate all’insulino-resistenza, un’alterazione nella quale le cellule rispondono meno efficacemente all’azione dell’insulina, rendendo più difficile mantenere la glicemia sotto controllo.
I ricercatori hanno confrontato tre regimi alimentari con una composizione molto diversa:
Per rendere il confronto più attendibile, i ricercatori hanno fornito ai partecipanti tutti i pasti e gli spuntini previsti dal programma, incontrandoli ogni settimana con il supporto di un dietista. Le calorie sono state adattate per ottenere una perdita di peso simile nei tre gruppi.
I partecipanti analizzati erano 42. La perdita di peso è stata di circa il 10% in tutti i gruppi, raggiunta mediamente in circa quattro-cinque mesi.
Questo elemento è fondamentale: poiché il calo ponderale è stato simile, i ricercatori hanno potuto confrontare più direttamente gli effetti delle diverse composizioni alimentari sugli indicatori metabolici, pur senza poter attribuire ogni differenza esclusivamente alla quantità di carboidrati o grassi.
Uno dei risultati più rilevanti riguarda la quantità di grasso accumulata nel fegato. Dopo la perdita di peso, il contenuto di grasso epatico è diminuito in tutti e tre i gruppi, ma la riduzione è stata maggiore tra le persone che seguivano la dieta chetogenica.
In particolare, la diminuzione media è stata del 67% con il regime chetogenico, rispetto al 45% registrato sia con la dieta mediterranea sia con quella vegetale a basso contenuto di grassi.
La differenza suggerisce che, nelle persone con obesità e steatosi epatica, la composizione della dieta possa influenzare la risposta metabolica anche quando la perdita di peso è simile.
Il fegato svolge un ruolo centrale nel metabolismo: regola la produzione e l’immagazzinamento del glucosio, partecipa alla gestione dei grassi e contribuisce al mantenimento dell’equilibrio energetico. Quando accumula quantità eccessive di lipidi, il suo funzionamento può diventare meno efficiente e aumentare il rischio di alterazioni metaboliche.
Ridurre il grasso epatico è quindi un obiettivo importante, soprattutto nelle persone che presentano anche prediabete o insulino-resistenza. Il dato dello studio, tuttavia, non dimostra che la dieta chetogenica prevenga da sola le malattie del fegato o che i benefici osservati persistano nel tempo.
Un altro risultato riguarda la sensibilità all’insulina, cioè la capacità dei tessuti di rispondere a questo ormone e utilizzare correttamente il glucosio.
La perdita di peso ha migliorato la sensibilità all’insulina nel muscolo scheletrico in tutti e tre i gruppi, con un aumento di circa il 50%. Questo indica che dimagrire può apportare benefici metabolici anche quando si seguono regimi alimentari differenti.
Le differenze sono emerse soprattutto a livello del fegato. Nel gruppo che seguiva la dieta chetogenica, il miglioramento della sensibilità epatica all’insulina è stato da due a tre volte maggiore rispetto agli altri due gruppi.
Anche altri indicatori sono migliorati maggiormente con il regime a bassissimo contenuto di carboidrati. Tra questi figurano l’emoglobina glicata, che riflette la glicemia media degli ultimi mesi, e le concentrazioni di glucosio e insulina misurate ripetutamente nell’arco di 24 ore.
La spiegazione potrebbe essere legata, almeno in parte, alla drastica riduzione dei carboidrati. Quando l’organismo riceve meno glucosio attraverso l’alimentazione, diminuisce lo stimolo alla produzione di insulina e cambiano i processi con cui il fegato utilizza e immagazzina energia.
Questo non significa, però, che livelli di insulina più bassi siano sempre e comunque un indicatore sufficiente di salute. I risultati devono essere interpretati insieme agli altri parametri metabolici e al quadro clinico della persona.
Lo studio ha osservato differenze anche nella percentuale di partecipanti che, al termine dell’intervento, non soddisfacevano più i criteri per il prediabete.
Nel gruppo chetogenico, circa il 50% dei partecipanti non rientrava più nella categoria del prediabete. La percentuale era del 29% nel gruppo mediterraneo e del 7% in quello vegetale a basso contenuto di grassi.
Il risultato è coerente con i miglioramenti osservati nella glicemia e nella sensibilità all’insulina, ma va letto con cautela: i gruppi erano piccoli e la durata dell’intervento limitata.
Inoltre, non soddisfare più i criteri diagnostici del prediabete al termine dello studio non equivale a una garanzia che il problema non si ripresenterà. Per stabilire quanto a lungo duri questo miglioramento sono necessari studi con un follow-up più lungo.
I risultati non indicano che la dieta chetogenica sia superiore su ogni parametro della salute cardiovascolare.
Nel confronto non sono emerse differenze significative tra i gruppi per il colesterolo LDL, l’apolipoproteina B e le concentrazioni di trigliceridi misurate nell’arco delle 24 ore. La perdita di peso ha inoltre migliorato diversi indicatori metabolici in tutti i gruppi.
È una distinzione importante, perché la salute metabolica comprende molti aspetti: glicemia, insulina, grasso epatico, pressione arteriosa e profilo lipidico non sono parametri intercambiabili.
Una dieta può produrre risultati favorevoli su alcuni indicatori e non mostrare un vantaggio altrettanto evidente su altri. Per questo motivo, la valutazione deve considerare l’insieme dei fattori di rischio e non un singolo valore.
È importante anche la qualità dei grassi consumati. Una dieta chetogenica può essere costruita con fonti di grassi prevalentemente insaturi oppure contenere quantità elevate di grassi saturi. Queste scelte non sono equivalenti sul piano nutrizionale e possono avere conseguenze diverse nel tempo.
Il principale limite della ricerca è il numero ridotto di partecipanti: 42 persone non sono sufficienti per stabilire quale dieta sia più efficace per una popolazione ampia e diversificata.
Anche la durata è limitata. I risultati mostrano che cosa è successo durante alcuni mesi di intervento, ma non chiariscono se i vantaggi metabolici osservati con la dieta chetogenica persistano dopo uno o più anni.
Un altro elemento da considerare è che i partecipanti ricevevano tutti i pasti già preparati e seguivano incontri settimanali con un dietista. Nella vita quotidiana, fare la spesa, cucinare, mangiare fuori casa e mantenere un regime molto restrittivo possono rendere più difficile seguire il programma.
Inoltre, lo studio ha riguardato persone con obesità, prediabete e steatosi epatica. Non è detto che gli stessi risultati si applichino a chi vuole perdere pochi chili, a chi non presenta alterazioni metaboliche o a chi ha condizioni cliniche differenti.
La dieta chetogenica richiede particolare attenzione anche in presenza di alcune malattie o terapie. Chi ha il diabete e assume farmaci che possono provocare ipoglicemia, per esempio, deve concordare qualsiasi cambiamento alimentare significativo con il proprio medico. Un regime chetogenico non è appropriato per tutti e non dovrebbe essere iniziato senza una valutazione delle esigenze individuali.