Il video dell'operazione Epic Fury diffuso dalla Casa Bianca
Avevano 18 anni appena compiuti “i ragazzi de ’99”, quelli chiamati alle armi dall’Italia durante la Prima Guerra Mondiale. Giovani catapultati da paesi di poche anime direttamente al fronte, a tu per tu con la morte. Le loro azioni hanno riecheggiato per decenni nei racconti dei nostri nonni e bisnonni. Sebbene parlassero di una cosa brutta, le armi, il sangue, ascoltavamo le loro testimonianze con il rispetto che a scuola riservavamo solo agli eroi dell’epica. Questo è quanto di più lontano dalla spettacolarizzazione social cui stiamo assistendo a fronte dei video diffusi dalla Casa Bianca e dall’Esercito Israeliano, nei quali si documentano a suon di Macarena e Danza Kuduro i bombardamenti contro l’Iran.
Si potrebbe obiettare che anche l’Isis in passato ha utilizzato strategie mediatiche alternative per attirare i giovani combattenti, ma qui in Occidente, dove la lezione scaturita dei conflitti novecenteschi sta tristemente svanendo, a mano a mano che i suoi protagonisti lasciano questo mondo, non ci eravamo abituati. Certo è che negli ultimi decenni siamo stati allenati ed educati dai social stessi ad accettare tutto, passivamente. Ora, l’annichilimento dello sdegno è completo. Accettiamo la condivisione della guerra narrata alla stregua di un videogioco, dove il virtuale non è più tale, perché dentro i cacciabombardieri ci sono soldati in carne e ossa, così come vittimi vere. Solo una domanda: tutto questo rispetta le linee guida dei social network?