Cittadinanza negata per “possibili pericoli alla sicurezza”, il Tar ribalta il caso del 32enne migrante a Verona (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Vive in Italia da oltre quindici anni, lavora come educatore a Verona, parla fluentemente italiano e non ha precedenti penali. Eppure, per il Ministero dell’Interno, un 32enne nordafricano non può ottenere la cittadinanza italiana. La richiesta è stata respinta con la motivazione di “possibili pericoli per la sicurezza della Repubblica”. Alla base del rifiuto ci sarebbe una presunta vicinanza ad ambienti politici locali: “Il richiedente risulterebbe noto per una asserita contiguità con ambienti riconducibili alla cosidetta sinistra antagonista veronese”.
Il riferimento è ad un Laboratorio, realtà cittadina che in passato aveva ospitato migranti regolari in difficoltà abitativa. Tra loro anche Moussa Diarra, il giovane maliano ucciso il 20 ottobre 2024 alla stazione Porta Nuova. Il provvedimento ministeriale, arrivato nel 2023, aveva colpito duramente il 32enne, che tuttavia ha deciso di reagire per vie legali.
Assistito dagli avvocati Salvatore Fachile e Giulia Crescini, il 32enne ha presentato ricorso al Tar del Lazio, che dopo due anni e mezzo ha accolto la sua richiesta, annullando il diniego. Una decisione che rappresenta un passaggio importante, anche se non definitivo.
“Avevo presentato domanda come figlio di immigrati residenti in Italia da oltre 10 anni – spiega -. La sentenza del Tar è un primo passo, ma non posso ancora cantare vittoria per la cittadinanza, perché il Ministero potrebbe comunque impugnare la decisione e presentare ricorso al Consiglio di Stato”.
La vicenda giudiziaria si inserisce in un percorso iniziato nel 2019, quando il 32enne aveva presentato tutta la documentazione necessaria, dimostrando stabilità economica, integrazione sociale e assenza di precedenti penali.
Nella sentenza, firmata dalla giudice Floriana Rizzetto, il tribunale ha evidenziato la debolezza delle motivazioni ministeriali. Il richiamo alla vicinanza “a un generico movimento politico non consente di comprendere in quale modo tale circostanza possa concretamente tradursi in rischio per la sicurezza dello Stato – si legge nella sentenza firmata dalla giudice Floriana Rizzetto – , né permette al giudice di verificare la ragionevolezza e la coerenza del percorso valutativo seguito dall’amministrazione”.
Il provvedimento si basava su una relazione della Digos che segnalava la partecipazione ad alcune attività del Laboratorio. Tuttavia, secondo il Tar, mancavano elementi concreti: “Adeguati elementi esplicativi – scrive nella sentenza Rizzetto – circa la natura, le finalità o la connotazione del movimento medesimo, nè è chiarito se si tratti di un’organizzazione caratterizzata da finalità terroristiche, eversive o comunque tali da poter incidere sui profili di sicurezza della Repubblica”.
Secondo l’avvocato Fachile, la vicenda non è un’eccezione. “Questo non è un caso isolato – spiega l’avvocato Salvatore Fachile -. Ogni anno ci sono almeno 300 pratiche che vengono respinte dal Ministero perché la persona viene ritenuta un pericolo per la sicurezza dello Stato. Di solito il Tar ci mette quattro anni e mezzo per rispondere a ricorsi di questo tipo, a meno che non sia evidente che c’è qualcosa di strano come in questo caso. Per quel che riguarda la decisione del Ministero non si è trattato di un banale errore, ma di una forzatura concettuale e culturale che il Tar ha riconosciuto insensata”.
La sentenza rappresenta dunque un punto fermo in una lunga battaglia legale e personale. Nel ricorso, il 32enne aveva denunciato “l’insufficienza e l’inadeguatezza della motivazione” e sottolineato come non fossero state considerate le sue “condizioni di vita, familiari, sociali del richiedente, integrato nel tessuto socio-economico nazionale”.