Cronaca

Emanuela Orlandi, la Commissione ascolterà anche il fotografo Marco Fassoni Accetti

La Commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta Emanuela Orlandi e Mirella Gregori ha dunque deciso di audire il 29 di questo mese anche Marco Accetti. Vale a dire, il regista e fotografo romano di nicchia, con fissazioni cimiteriali sempre presenti nelle sue creazioni artistiche,  presentatosi nell’aprile 2013 ai magistrati come “reo confesso” sia del “rapimento” di Emanuela Orlandi che di quello di Mirella Gregori. “Troppa grazia, S. Antonio!”, direbbero non solo a Padova.

In realtà, a dire dello stesso “reo confesso”, si sarebbe trattato di due finti rapimenti, consenzienti. Mirella si sarebbe prestata in cambio di soldi per aiutare la madre ad acquistare l’appartamento dove vivevano. E vabbè! Ma Emanuela? “Emanuela venne scelta per le caratteristiche della sua personalità”. Quali caratteristiche? Boh! Sta di fatto che secondo Accetti la ragazza vaticana sarebbe stata ospitata e dotata di un pianoforte per qualche giorno in un convitto tenuto da suore a Trastevere, per giunta libera di passeggiare per il quartiere. E vabbè!

Come mai l’asserita sceneggiata dei due finti rapimenti s’è poi trasformata nella scomparsa reale e definitiva delle due ragazze? Lanciato lo strano sasso lunare, Accetti nasconde la mano: “Non so cosa sia successo in seguito”. E i soldi per l’appartamento dei Gregori? Buio pesto anche in questa faccenda, già di per sé decisamente poco credibile.

Reo confesso, sì. Trattandosi però di asserite scomparse temporanee consenzienti e di annessi eventuali reati ormai andati in prescrizione non c’è il rischio della galera… Lo spettacolo e le luci della ribalta, soprattutto ma non solo televisiva, sono assicurate senza dover pagare nulla: “Delitto e castigo” alla vaccinara.

Dopo più di due anni da mattatore iniziati nel 2013 ora Accetti si prepara per il bis, che già assapora felice, con la nuova clamorosa esibizione concessagli dalla Commissione bicamerale addirittura in una assise parlamentare di 40 membri: 20 senatori e 20 deputati.

La clamorosa uscita del 2013 era stata preparata da molti mesi di consultazioni di notizie di cronaca ai computer della biblioteca di Villa Leopardi, in via Makallè, vicina alla abitazione e al locale bar-discoteca-ristorante di Accetti di via Goito. Utilizzare computer pubblici anziché quello privato di casa propria aveva il vantaggio di rendere più difficile eventuali indagini sul rinfrescarsi la memoria di Accetti. Che questa volta s’è dotato anche di una perizia fonica, commissionata da lui a un ingegnere, perizia che a dire di entrambi dimostra con certezza superiore all’80-85% che la voce del cosiddetto Americano che telefonava a casa Orlandi era la sua.

Per risparmiare spazio le linee telefoniche degli anni ’80 tagliavano sia le frequenze più basse che quelle più alte della voce umana, motivo per cui raggiungere la certezza certa nelle perizie è impossibile. Ma a parte questo, resta il fatto che il cosiddetto Americano, così soprannominato per l’accento, NON è mai stato in grado di esibire oltre alle sue chiacchiere neppure una prova del fatto che Emanuela fosse davvero prigioniera sua o dei suoi sodali della “fazione vaticana” tifosa di Wojtyla. E tralasciamo che l’Americano si presentava come emissario NON di una fazione vaticana, ma – come vedremo tra poco – di una organizzazione che voleva scambiare la restituzione della ragazza “rapita” con la liberazione del fanatico turco Mehmet Alì Agca, condannato all’ergastolo per avere tentato di uccidere papa Wojtyla sparandogli con una pistola in piazza S. Pietro il 13 maggio 1981. Ma procediamo.

“Rapimenti” organizzati da chi e perché? A dire del duplice “reo confesso”, organizzati da una “fazione vaticana”, quella favorevole alla linea del papa polacco Wojtyla di lotta contro l’allora esistente Unione Sovietica e annesso comunismo, fazione della quale avrebbe fatto parte lo stesso Accetti, che in effetti era abbastanza di destra, perciò anticomunista. Ma organizzati perché? Per screditare la fazione avversa, nemica giurata della linea di Wojtyla e favorevole invece all’”apertura a Est”. Favorevole cioè al dialogo con l’Unione Sovietica e il comunismo che imperava nella natia Polonia del papa. Per screditarla come, in che modo? Mistero.

Nomi di membri delle due fazioni? Nessuno. Prove dell’esistenza di tali fazioni in lotta tra loro? Nessuna. Indizi, almeno quelli, del “gombloddo” rivelato al mondo dal “reo confesso”? Nessuno. Accetti ha fatto perdere un sacco di tempo , due anni, al magistrato Giancarlo Capaldo e alla sua inchiesta sulla scomparsa di Emanuela,  raccontandogli di tutto e di più. Due anni a Capaldo, seguiti da altri anni di deliri in libertà su “gombloddi” vari da parte degli innamorati della pista Accetti. Deliri che riemergendo un po’ qua e un po’ là sono sfociati nella convocazione chiesta dalla Commissione d’inchiesta.

A riprova della bontà delle sue “confessioni”, Accetti fece trovare a Capaldo tramite la redazione di “Chi l’ha visto?”, o viceversa, “il flauto traverso di Emanuela”, quello cioè che lei imparava a suonare frequentando la  scuola di musica Ludovico Da Victoria, emanazione vaticana. Scuola che all’epoca aveva sede nel palazzo di S. Apollinare affacciato sulla omonima piazza, separata da piazza Navona solo dallo slargo di piazza delle Cinque Lune. Avvolto in alcuni fogli di giornale del 29 maggio 1985, contenente un’intervista a Ercole Orlandi, papà di Emanuela, il flauto è stato fatto trovare nell’ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma. Le consulenze tecniche disposte dal magistrato non hanno permesso di appurare alcunché, tanto meno la presenza di impronte o tracce di saliva di Emanuela. Accetti o chiunque altro avrebbe potuto consegnare ai magistrati una pentola o un ombrello sostenendo che erano di Emanuela. L’assenza di impronte o di tracce di DNA di Emanuela ha un ben preciso vantaggio: da una parte non si può affermare che siano stati oggetti davvero di Emanuela, ma a chi vuole essere capzioso a tutti i costi permette di dire che non lo si può neppure escludere.

Una delle scene più miserabili della storia televisiva e della storia giudiziaria italiana è stata quella con la quale, il 3 aprile 2013,  il purtroppo scomparso collega Fiore De Rienzo ha portato in trionfo per “Chi l’ha visto?” il flauto traverso “di Emanuela”: indegna sceneggiata televisiva con al seguito il sorridente e soddisfatto Pietro Orlandi. Sceneggiata conclusa davanti all’ineffabile Natalina Orlandi, sorella di Emanuela, che pur non ricordando nulla del flauto e annessi e connessi ha concluso la pantomima con un romanesco e storico “Po’ esse, po’ esse”, che in italiano significa “Può essere, può essere”. Per dire che quel flauto traverso usato, acquistabile anche online da eBay, “può essere” quello di Emanuela.

Il tutto in una atmosfera felice e sorridente, a conferma della “pluridecennale sofferenza” orlandiana e della assoluta mancanza di professionalità e credibilità di “Chi l’ha visto?” nel trattare il caso Orlandi anche con omissioni e falsi clamorosi.

Strano che il Consiglio Superiore della Magistratura non abbia voluto accertare se è stato Capaldo a prestare a “Chi l’ha visto?” il flauto per lo show da circo Barnum nel quale era già stata trasformata la tragedia della scomparsa di una ragazza quindicenne o se è stato “Chi l’ha visto?” che lo ha utilizzato prima di consegnarlo al magistrato. Rischiando così di compromettere un reperto giudiziario potenzialmente prezioso. Anzi, preziosissimo. La conduttrice del programma Federica Sciarelli ha dichiarato che a spingerla a utilizzarlo prima di farlo avere al magistrato era stato il dovere di “approfondire”. E vabbè! Il problema è che a dire di Accetti il programma ha trattato molto male il flauto, tanto che potrebbero davvero avere cancellato o rovinato tracce ipoteticamente decisive. Qualche giorno dopo Natalina si è fatta più prudente: anziché ripetere lo storico “po’ esse, po’ esse” ha preferito dire che era meglio aspettare il responso delle perizie.

Ho sempre specificato che assegno ad Accetti – persona a mio giudizio incapace di far male perfino a una mosca – una probabilità tra il 5 e il 10% di essere responsabile di quella scomparsa. Probabilità dovuta al fatto che come fotografo e regista di nicchia frequentava e riprendeva le feste a volte fin troppo allegre e disinibite che certa nobiltà romana dava a Palazzo Massimo, storico palazzo nobiliare affacciato su corso Vittorio Emanuele. Affacciato quindi proprio sulla strada dove quel maledetto 22 giugno Accetti potrebbe avere incontrato Emanuela che se ne tornava a casa a piedi o con l’autobus che aveva il capolinea a piazza della Città Leonina, pochi metri di distanza da Porta S. Anna, il varco di ingresso e di uscita dal Vaticano di tutti i suoi abitanti e lavoratori. In pura ipotesi di scuola, a palazzo Massimo potrebbe essersi verificato un incidente fatale per Emanuela.

Lo sbracciarsi auto accusatorio di Accetti è stato ritenuto un comportamento da  egomane con tendenze al limite della mitomane da una perizia ordinata dall’ultimo magistrato – Giovanni Giorgianni – che si è occupato di lui. E ha avuto una conclusione francamente ingloriosa. Del resto è stata la sua stessa madre, Silvana Fassoni, aa avere detto chiaro e tondo che suo figlio non è credibile e che è meglio lasciarlo in pace.

Chissà come farà Accetti a ribaltare la situazione, a farsi cioè credere credibile e a farsi così avvalorare come tale dalla Commissione. Lui è sicurissimo di sé, sicurissimo di farcela. Mah! Vedremo. Nel BelPaese tutto è possibile.

In ogni caso, bene o male sono comunque garantite.altre puntate di “Chi l’ha visto?”, altre luci della ribalta e altre possibilità di esibirsi. Specie se Pietro Orlandi non saprà trattenersi dal dire la sua, attirato dal fatto che Accetti comunque tira in ballo anche lui il Vaticano, sia pure sotto forma di lotte tra fazioni che somigliano molto a fantasmi.

Con buona pace di Emanuela, lo show continua. Speriamo che la ormai ultra quarantennale e sempre più invereconda montagna partorisca almeno un topolino. POST SCRIPTUM: Per chi vuole saperne di più sulle “rivelazioni” e “confessioni” di Accetti c’è il ricco memoriale consegnato a suo tempo al magistrato.

Published by
Pino Nicotri