Cronaca

Glovo, la Procura di Milano contro l’algoritmo: “Aumenti insufficienti e rider da assumere”

Per la Procura di Milano solo in apparenza è generosa, ma in realtà è un cavallo di Troia la nuova offerta di Glovo di aumentare del 40 per cento e del 20 per cento il compenso (14 euro l’ora anziché 10, e comunque 3 euro a consegna anziché 2,50) ai circa 40 mila ciclofattorini che in Italia si collegano alla piattaforma di consegne a domicilio di cibo: infatti l’imperscrutabilità dell’algoritmo, con cui Glovo autodetermina la nozione di “tempo effettivo calmierato”, pagherebbe sì l’aumento, ma decurtando in media 3 ore ogni 10 ore di tempo effettivamente prestato dal rider.

Per questo, di fronte all’istanza di Glovo al gip Roberto Crepaldi di porre fine al “controllo giudiziario” a cui era stata sottoposta a febbraio per interrompere paghe ritenute non in grado di assicurare l’”esistenza libera e dignitosa” indicata dall’articolo 36 della Costituzione, il pm Paolo Storari esprime parere contrario e anzi rilancia: valorizza cioè gli articoli 12 e 14 del decreto Meloni n. 62 di maggio per chiedere al gip di “far immediatamente cessare la situazione di illegalità, imponendo” a Glovo sia “retribuzioni che tengano conto del tempo effettivo” sia “contratti che rispettino la tipologia contrattuale effettiva” e stoppino un’evasione contributiva ai danni dello Stato stimata in 38 milioni in 3 anni.

La richiesta al gip è cioè di ordinare a Glovo di smontare e rendere intelligibile ai lavoratori e allo Stato l’algoritmo, e soprattutto di assumere come lavoratori subordinati, anziché autonomi, almeno i rider para-professionali, quali i 4 mila che fanno 4 mila consegne ciascuno l’anno, o i 1.200 che ne fanno 6 mila l’anno.

Il nodo dell’algoritmo e delle ore non riconosciute

Il pm contesta che, sebbene il decreto Meloni imponga alle piattaforme digitali di fornire ai lavoratori chiare informazioni sui sistemi algoritmici utilizzati per determinare i compensi, i ciclofattorini nemmeno riescono a capire se in media sia per loro un vantaggio o no il fatto che Glovo passi a retribuire non più il «tempo stimato» dalla piattaforma, ma il “tempo effettivo calmierato”: che Glovo intende come il tempo realmente impiegato per l’esecuzione della singola consegna, ma calcolato entro limiti massimi (“cap”) determinati dall’algoritmo su base statistica per ciascuno dei 4 segmenti di consegna, in un modo — ad avviso del pm — “completamente opaco, non intellegibile e tanto meno verificabile”.

Per Glovo a prendere un abbaglio sono invece gli amministratori giudiziari del pm che, sui dati comunicati da Glovo all’Antitrust per il mese di giugno 2026, calcolano che l’algoritmo, su un milione e 197 mila ore di tempo effettivo dei rider, non ne abbia riconosciute e pagate 343 mila (28 per cento) per oltre metà dei rider non arrivando così ai 14 euro l’ora promessi. L’Antitrust ha fra l’altro chiesto le ore di log-in alla piattaforma, ma Glovo ha risposto che «il dato non è disponibile».

Il decreto Meloni stabilisce inoltre una presunzione di rapporto subordinato di lavoro (salvo prova contraria del committente) in presenza di concreti poteri di direzione e controllo. E per il pm sarebbe appunto il caso della “prestazione remunerata che avviene all’interno dell’algoritmo: il rider mette a disposizione energia e tempo, ma l’astratta possibilità di rifiutare una consegna (per un imposto corrispettivo ritenuto non idoneo) non equivale in alcun modo alla possibilità effettiva di negoziare il prezzo della prestazione”. Da qui la richiesta al gip di ordinare a Glovo “che rispetti la tipologia contrattuale effettiva”, cioè assuma.

Glovo difende il modello dei rider autonomi

Glovo, assistita dagli avvocati Francesco D’Alessandro per la società e Pasquale Annicchiarico per l’ad, ribatte di aver concordato con la Procura l’adottato aumento dei salari per circa 12 milioni in più l’anno; manifesta perciò sorpresa per quello che ritiene un cambio di traiettoria del pm; insiste che i rider operino come lavoratori autonomi, di cui rivendica ora un salario comunque superiore ad esempio al contratto della logistica in attesa che con i sindacati si concluda uno specifico contratto collettivo.

E in attesa della decisione del gip, minaccia di preferire lasciare l’Italia piuttosto che accettare di assumere i rider (almeno i più “assidui”) in un tipo di contratto subordinato che giudica insostenibile economicamente.

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Amedeo Vinciguerra