Cronaca

Il processo contro Meta e Google: “Queste aziende hanno costruito macchine progettate per rendere dipendenti i cervelli dei bambini”

Processo storico a Los Angeles contro Meta e Google (TikTok e Snapchat hanno raggiunto un accordo poco prima dell’inizio del processo, i cui termini non sono stati resi pubblici): per la prima volta una giuria dovrà stabilire se Instagram e YouTube siano stati progettati per creare dipendenza nei minori, causando gravi danni alla salute mentale. A testimoniare in aula anche Mark Zuckerberg, che ha ammesso sui controlli per gli under 13: “Avrei sempre voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Al centro del caso c’è Kaley GM, ventenne californiana che sostiene di essere diventata dipendente dai social fin dall’infanzia. Ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove. Il suo avvocato, Mark Lanier, ha aperto il processo con parole durissime: “Queste aziende hanno costruito macchine progettate per rendere dipendenti i cervelli dei bambini, e lo hanno fatto di proposito”. E ancora: “Questo caso riguarda due delle aziende più ricche della storia che hanno indotto la dipendenza nel cervello dei bambini”. Secondo l’accusa, funzioni come lo “scorrimento infinito”, la riproduzione automatica e i “like” sarebbero state studiate per stimolare scariche di dopamina e trattenere gli adolescenti online. “Per una bambina come Kaley, il movimento dello swipe è come quello della leva di una slot machine”, ha detto Lanier.

In aula sono state mostrate email interne. In una del 2015 Zuckerberg chiedeva che “il tempo trascorso aumentasse del 12%”. Messo sotto pressione sulla verifica dell’età, il CEO di Meta ha riconosciuto i ritardi, pur sostenendo che oggi l’azienda sia “nel posto giusto” e indicando una soluzione diversa: “Farlo a livello di singolo telefono è molto più chiaro che far sì che ogni singola app lo faccia separatamente”.

Nei giorni scorsi ha testimoniato anche il capo di Instagram, Adam Mosseri, chiamato a rispondere sui meccanismi della piattaforma. Messo di fronte ai dati secondo cui Kaley, a 16 anni, avrebbe trascorso oltre 16 ore in un solo giorno sull’app, Mosseri si è difeso affermando che un utilizzo così prolungato non costituisce automaticamente “dipendenza”.

Meta e YouTube respingono ogni accusa. L’avvocato di Meta, Paul Schmidt, ha sostenuto che Instagram non è stato un “fattore sostanziale” nei problemi della giovane, invitando la giuria a considerare la sua storia familiare segnata da conflitti e difficoltà: “In un caso che riguarda il disagio psicologico, è questo che bisogna considerare”. Anche il legale di YouTube ha negato la tesi della dipendenza: “Vorrei andare dritto al punto: la signora GM, Kaley GM, non è dipendente da YouTube”.

Il processo, destinato a durare settimane, potrebbe fissare un precedente per migliaia di cause simili già pendenti negli Stati Uniti. Se la giuria dovesse riconoscere la responsabilità delle piattaforme, le conseguenze economiche e normative per i giganti del web potrebbero essere enormi.

Published by
Amedeo Vinciguerra