Cronaca

Matrimoni combinati, il rifiuto di una studentessa pakistana a Trieste: “Non l’ho mai visto nemmeno in foto”

L’uomo che la famiglia di origine vuole costringere a sposare non l’ha visto nemmeno in fotografia, non sa come si chiama: una studentessa pakistana di 29 anni, impegnata a Trieste da due anni per un dottorato in un centro di ricerca, non ne vuol sapere.

“Potrei conoscerlo la prima volta il giorno delle nozze”

Ma rischia grosso. In patri i parenti da parte della madre minacciano di ucciderla, sono violenti e ossessionati dal controllo, dal rispetto di una antica tradizione castale che nulla c’entra con i precetti dell’Islam. La ragazza chiederà asilo politico in Italia, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano della città dove vive, Il Piccolo.

Matrimoni combinati, il rifiuto di una studentessa pakistana a Trieste: “Non l’ho mai visto nemmeno in foto” (foto Ansa-Blitzquotidiano)

“Lo potrei conoscere per la prima volta il giorno del matrimonio, i miei zii vogliono che lo sposi. Mi hanno detto chese mi rifiuto mi uccidono”. La sua storia è tristemente usuale, se non fosse che la giovane era riuscita ad evadere dalla cerchiaa familiare grazie al talento negli studi e a un professore pakistano che l’ha incoraggiata e aiutata a proseguirli in Italia.

“Ma gli zii non considerano appropriato per una donna della nostra famiglia vivere in modo indipendente. Sono preoccupati che abbia relazioni con uomini e che porti disonore”.

Tradizione castale, l’Islam non c’entra

Hanno minacciato con violenza perfino la madre. “Le hanno stretto le mani al collo. Il nonno l’ha difesa e loro lo hanno buttato per terra”. Matrimoni combinati e totale sottomissione della donna, questo il destino che le hanno programmato.

“In Pakistan potrei mostrare solo gli occhi. E non è consentito vestire così. Sarei vista come una poco di buono dai pakistani, comprese le donne. Ma io qui mi sento libera e con l’hijab sono a mio agio. L’Islam ritiene infatti che la donna abbia valore, ma è la reinterpretazione a essere sbagliata: perché ci sottomette”.

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Amedeo Vinciguerra