Cronaca

Rossella morta a 12 anni dopo la spirale social, i genitori contro TikTok e Meta: “Gli algoritmi alimentavano fragilità, depressione e isolamento”

La storia di Rossella Ugues, la dodicenne di Asti morta nel febbraio 2024, riaccende il dibattito sui rischi dei social network e sull’impatto degli algoritmi nella vita degli adolescenti. I genitori della giovane, insieme ad altre famiglie, hanno deciso di portare in tribunale Meta e TikTok, accusando le piattaforme di non aver protetto adeguatamente i minori da contenuti dannosi e pericolosi.

Secondo la madre, Irene Roggero, la figlia sarebbe rimasta intrappolata in un mondo digitale fatto di reel, immagini e suggerimenti continui che avrebbero alimentato le sue fragilità emotive. “Se togli social e dispositivi “condanni tuo figlio a essere isolato, se non lo fai non riesci a proteggerlo dai pericoli che nascondono””, ha spiegato la donna raccontando il dramma vissuto dalla famiglia.

“Rossella sembrava drogata dai social”

La madre della ragazza ha descritto una situazione peggiorata rapidamente nel giro di pochi mesi. “Rossella sembrava drogata dai social. E quando era senza, magari a seguito di una punizione, si comportava come un tossico in crisi di astinenza. Ed è in questa fase che i genitori restano impotenti”.

Pochi giorni prima della tragedia, la dodicenne si era iscritta al cosiddetto “Gioco delle Insicurezze”, una pratica diffusa online nella quale i ragazzi evidenziano gli aspetti fisici che non accettano di sé. “Lei, ad esempio, aveva cerchiato la sua risata”, ha raccontato Irene Roggero, spiegando che soltanto dopo la morte della figlia la famiglia ha scoperto il mondo virtuale nel quale si era rifugiata.

“Eppure, tutti i suoi amici, i suoi compagni di scuola, ricordano la sua bellissima risata. Cristallina, vera”. Un contrasto doloroso tra la percezione reale della ragazza e quella deformata costruita attraverso i social e i contenuti suggeriti dagli algoritmi.

La prima causa civile contro i social in Italia

Quella avviata al tribunale di Milano rappresenta la prima causa civile di questo tipo in Italia. Le famiglie chiedono la sospensione degli account intestati ai minori finché non saranno introdotti sistemi efficaci per verificare realmente l’età degli utenti.

Secondo Irene Roggero, i genitori non possono affrontare da soli una sfida così complessa. “Una battaglia difficile da combattere per i genitori, da soli”, soprattutto perché la tecnologia evolve più rapidamente della capacità delle famiglie di controllarne gli effetti.

La donna sostiene che gli algoritmi abbiano finito per amplificare il disagio psicologico della figlia. “Gli algoritmi hanno assecondato le sue ricerche. Interpretando i suoi interessi, le proponevano in continuazione contenuti dal forte impatto emotivo. Alimentando le sue fragilità”.

“Servono limiti di età. Un confine”

La richiesta delle famiglie è chiara: introdurre regole più rigide e limiti precisi sull’accesso dei minori ai social network e ai dispositivi elettronici. “Servono dei limiti di età. Un confine”, afferma Irene Roggero, convinta che senza controlli adeguati gli adolescenti possano ritrovarsi facilmente esposti a contenuti estremamente pericolosi.

La vicenda di Rossella riapre così il confronto pubblico sulla responsabilità delle piattaforme digitali e sulla necessità di trovare un equilibrio tra libertà tecnologica e tutela dei più giovani. Un tema sempre più urgente in un’epoca nella quale anche bambini molto piccoli possiedono smartphone e trascorrono gran parte del loro tempo online.

Published by
Filippo Limoncelli