Autofattura IVA, quando è obbligatoria e come funziona: regole, codici e casi pratici (foto Blitz quotidiano)
L’autofattura IVA è un documento fiscale che, in determinate circostanze, viene emesso dal cliente anziché dal fornitore. Si tratta di uno strumento previsto dalla normativa per assicurare il corretto assolvimento dell’imposta anche quando il venditore non deve applicare direttamente l’IVA italiana.
Il documento presenta caratteristiche particolari: in alcuni casi il cliente coincide sia con l’emittente sia con il destinatario, mentre nelle operazioni con fornitori esteri vengono indicati i dati del venditore straniero. L’autofattura è spesso collegata al meccanismo del reverse charge, o inversione contabile, attraverso il quale l’obbligo di applicare e contabilizzare l’IVA passa al destinatario dell’operazione.
Quando si ricorre all’autofattura, è il destinatario dell’acquisto a occuparsi degli adempimenti IVA previsti per l’operazione. Il documento deve contenere le informazioni fiscali necessarie, analogamente a una fattura ordinaria, ma può essere utilizzato soltanto nelle situazioni stabilite dalla legge.
Tra i casi più frequenti figurano gli acquisti di beni e servizi dall’estero, l’autoconsumo di beni aziendali e le cessioni gratuite o gli omaggi, quando ricorrono le condizioni per applicare l’imposta. L’autofattura può essere necessaria anche per regolarizzare fatture mancanti o irregolari entro i termini previsti.
Esistono inoltre specifiche operazioni soggette a reverse charge interno, tra cui determinate transazioni nei settori dell’edilizia e della tecnologia, nonché alcuni acquisti di oro, argento industriale e rottami.
L’autofattura deve essere predisposta in formato elettronico XML e trasmessa al Sistema di Interscambio (SdI), secondo le regole applicabili alla specifica operazione. Il codice documento permette di identificare la tipologia di adempimento.
Tra i principali codici utilizzati ci sono:
La scelta del codice corretto dipende dalla natura dell’operazione e dalla disciplina fiscale applicabile.
Il documento deve riportare gli elementi necessari a identificare l’operazione: dati del fornitore e del cliente, descrizione e quantità dei beni o servizi, imponibile, aliquota IVA e imposta, quando dovuta. Se l’operazione è esente, esclusa o non imponibile, occorre indicare il relativo riferimento normativo e il codice previsto.
Nel reverse charge interno, il destinatario integra la fattura ricevuta utilizzando il codice TD16 e invia il documento allo SdI. L’operazione deve poi essere registrata correttamente ai fini contabili e IVA, secondo le regole previste per il caso specifico. In molte situazioni è richiesta la doppia registrazione nei registri delle fatture emesse e degli acquisti.
I documenti elettronici devono inoltre essere conservati nel rispetto degli obblighi fiscali applicabili.
Si consideri un’azienda italiana che acquista cera da un fornitore francese per un imponibile di 500 euro. Il venditore emette una fattura senza IVA italiana, indicando la propria partita IVA francese.
L’impresa italiana deve integrare il documento utilizzando il codice TD18, previsto per gli acquisti intracomunitari di beni. Nel file elettronico inserisce i dati del fornitore francese, i propri dati fiscali e i riferimenti della fattura originaria, oltre alla descrizione dell’acquisto.
Se l’operazione è soggetta all’aliquota ordinaria del 22%, l’imposta da integrare ammonta a 110 euro. Il totale risultante dal documento integrativo è quindi di 610 euro. L’operazione deve essere contabilizzata secondo le regole IVA applicabili agli acquisti intracomunitari.
Poiché gli obblighi possono cambiare in base alla natura dell’operazione e alla posizione fiscale delle parti, prima di emettere un’autofattura è opportuno verificare il caso concreto con il proprio commercialista.